venerdì 22 settembre 2017

Il G7 di Torino non sarà a Torino (Appendino come Raggi)...

LA STAMPA

Prima Pagina

E l’ultimo spenga la luce

Dunque il G7 di Torino non sarà a Torino. Se lo avessero saputo quelli che hanno assegnato il G7 a Torino probabilmente lo avrebbero assegnato a Oslo o a Saragozza, di modo che oggi non avremmo il G7 di Torino che non sarà a Torino, ma avremmo il G7 di Oslo o di Saragozza che sarebbe proprio a Oslo o Saragozza. Il G7 di Torino sarà a Venaria perché il sindaco Chiara Appendino teme che i contestatori le distruggano la città. Abolita anche la cena di gala al Valentino e la visita al Politecnico, e i grandi della terra riuniti a discutere di sviluppo resteranno per cinque giorni sigillati nella reggia. Si sta lavorando per convincere il sindaco a rivedere qualcosa, ma la filosofia politica, diciamo così, è la medesima che ha persuaso Virginia Raggi a rinunciare alle Olimpiadi a Roma per evitare ruberie e sprechi. Curioso: avevamo capito che le ruberie e gli sprechi sarebbero stati evitati grazie ai semplici al potere, col loro rigore legalitario e la loro sana economia di stampo domestico. Così come avevamo capito che le manifestazioni di violenza sarebbero state sopite cancellando antiche politiche castali. E invece no: i giovani volenterosi cinque stelle non affrontano i problemi, visto che non è poi così facile risolverli, ma li rifuggono. È come non prendere la macchina perché ci sono gli incidenti stradali: il rimedio ai mali del mondo è chiudere il mondo di fuori. E se questo è l’unico sistema, tanto vale smettere di fare figli, col rischio che venga su un black bloc o, peggio, un berlusconiano. 

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Mattia Feltri


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

sabato 16 settembre 2017

Torna la Veleggiata, il saluto all'estate

LA STAMPA

Imperia

Oggi 

Veleggiata, dopo vent’anni

torna il saluto all’estate

Aperta a tutte le imbarcazioni, il via dal Molo di Porto Maurizio 

Dopo vent’anni di assenza, torna oggi a Imperia un grande evento legato al mare. Su iniziativa di Yacht Club Imperia e Yacht Club Porto Maurizio, partirà infatti alle 11 la «Veleggiata». Una sorta di passeggiata a vela, aperta a tutti i tipi di imbarcazioni, per salutare l’estate. La «Veleggiata» odierna prenderà il via dal molo lungo di Porto Maurizio. 

L’evento vede anche la collaborazione di Assonautica provinciale, Go Imperia e Appi, Associazione di titolari di posti barca del bacino turistico e i partecipanti potranno iscriversi anche nella mattinata di oggi, fino a pochi minuti prima della partenza, che sarà naturalmente vincolata alle condizioni del mare e del vento. Così come il campo di regata. Proprio in base alle condizioni meteomarine, gli organizzatori decideranno dove posizionate le boe del percorso velico, nel tratto di mare compreso fra Diano Marina e San Lorenzo al Mare. Per le iscrizioni e le informazioni ci si potrà rivolgere direttamente alla segreteria dello Yacht Club imperiese, a Borgo Marina. 

Dopo la veleggiata, nel pomeriggio, si terrà la cerimonia di premiazione dei partecipanti e la festa continuerà anche la sera con una cena conviviale fra tutti gli equipaggi e l’organizzazione. Nel pieno spirito degli appassionati di vela e di mare. 

Sottolinea Marco Savini, neopresidente dello Yacht club Imperia: «Erano almeno vent’anni che non si organizzava un evento del genere e siamo orgogliosi di questa iniziativa. Allo stesso modo, siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti quest’anno dalla nostra scuola vela estiva, Le 400 iscrizioni registrate, ci hanno infatti portato nella top ten nazionale delle scuole vela estive per numero di iscritti. Un vero record. Subito dopo la Veleggiata, ci metteremo al lavoro per l’organizzazione della Imperia Winter Regatta, tradizionale appuntamento di novembre, che porterà nel capoluogo veliste da diverse parti del mondo».

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

andrea pomati


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

mercoledì 13 settembre 2017

Sorgi: Le occasioni da non sprecare nel finale

LA STAMPA

Prima Pagina

Le occasioni

da non sprecare

nel finale

Non sprecare questi ultimi mesi, non trasformarli in ennesima occasione di scontro su testi di legge calendarizzati che magari non saranno mai approvati. Dovrebbe essere questo l’imperativo categorico dei parlamentari che si accingono a concludere una legislatura tra le più difficili e al contempo sorprendenti della storia parlamentare. Difficile, si sa, perché nata morta, con la cosiddetta «non vittoria» del Pd e l’assenza di maggioranze precostituite al Senato; e sorprendente perché, malgrado tutto, ha messo a segno una serie di riforme importanti (anche quelle successivamente bocciate nelle urne del referendum), mai approvate tutte insieme nel corso di un solo mandato parlamentare.

Se solo si riflette sulle leggi realizzate nei mille giorni del governo Renzi, dal Jobs Act, alla scuola, alla legge elettorale (pur dichiarata in parte illegittima dalla Corte Costituzionale), alle unioni civili, e - ripetiamo - alle riforme costituzionali, che avrebbero potuto certo essere migliori, e probabilmente non cadere sotto la mannaia del voto del 4 dicembre, se a un certo punto del percorso non si fosse arrivati al muro contro muro tra Palazzo Chigi, indisponibile a riscrivere parte dei testi, e le opposizioni, decise a impedirne a qualsiasi costo il varo.

E se si aggiungono i risultati del governo Gentiloni, a cominciare dal salvataggio delle banche, è quasi impossibile rintracciare nel passato il precedente di una legislatura così fertile. E i differenti punti di vista, le legittime valutazioni diverse sui contenuti delle riforme, sia di quelle cancellate prima di entrare in vigore, sia delle altre sopravvissute, non dovrebbero impedire a nessuno di cogliere l’eccezionalità del lavoro di questo Parlamento, che sta per andare a casa. Un Parlamento, non va dimenticato, in cui anche parte delle opposizioni, al di là dei normali obblighi di propaganda, ha saputo dar prova di responsabilità, e in molte circostanze, soprattutto al Senato, consentire il passaggio di provvedimenti altrimenti destinati al fallimento.

Ora appunto, come hanno cominciato a fare ieri i capigruppo di Palazzo Madama, si tratta di decidere cosa fare di questi cinque, sei, forse anche sette ultimi mesi di vita delle Camere, prima della scadenza naturale della primavera 2018 che tutti i partiti, più o meno, sembrano aver accettata o messa in conto. Già il 2017 finora, dopo il risultato del referendum costituzionale e la decisione della Consulta di cassare in parte l’Italicum, è trascorso nel dubbio che si potesse arrivare a uno scioglimento anticipato delle Camere, e il governo, tutelato in questo dal Quirinale, ha dovuto guadagnarsi testardamente, giorno dopo giorno, spazi di agibilità che la ripresa economica, via via sempre più robusta, alla fine ha premiato. Lo stesso si può dire della soluzione trovata per il problema degli sbarchi fuori controllo degli immigrati: anche questa, costruita dal ministro Minniti con paziente lavoro di tessitura internazionale, diplomatica e non solo, non avrebbe visto la luce se la legislatura si fosse conclusa prima.

Occorre, però, tenere i piedi per terra, per cercare di dare senso e concretezza a una fine di legislatura già gravata da forti tensioni elettorali, non soltanto per le prossime regionali siciliane del 5 novembre. Scrivere un libro dei sogni, non serve. Né stilare lunghi elenchi di tutto ciò che potrebbe essere fatto e invece non sarà. Né piangere sul latte versato di riforme utili e opportune - come ad esempio lo Ius soli, tra l’altro rinviato ieri, o il bio-testamento - ma ormai forse troppo divisive per affrontare il periglioso iter parlamentare senza affondare tra una Camera e l’altra. Tanto vale concentrarsi su un paio di scadenze, queste sì, davvero improcrastinabili, e impegnare tutte le scarse risorse che rimangono per costruire un corridoio di salvezza, che consenta di rispettare gli impegni più urgenti. Il patto non scritto, la tregua che dovrebbe intervenire tra la maggioranza, o quel che ne rimane, e le opposizioni, riguarda innanzitutto la legge di stabilità, che dovrebbe trovare un percorso virtuoso, per arrivare all’approdo entro dicembre, rispettando le scadenze imposte anche dal calendario di Bruxelles e evitando di ripetere il solito mercato delle vacche sugli emendamenti, e sui singoli, contrastanti interessi corporativi che a ogni occasione affollano le anticamere parlamentari. Subito dopo c’è, sarebbe più giusto dire ci sono, le leggi elettorali, che da due, quante ne hanno lasciate in piedi le sentenze della Corte Costituzionale, dovrebbero essere ridotte a una, ma che sia in grado di produrre una vera maggioranza nelle prossime Camere.

Non è affatto un programma semplice da realizzare. Ma è necessario. Chissà che al di là degli scontri e degli insulti che hanno accompagnato questi ultimi cinque anni, i «morituri» di questo Parlamento non siano in grado di sorprenderci l’ultima volta.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Marcello Sorgi



lunedì 21 agosto 2017

Illy: “Bonus sbagliati Non bisogna penalizzare i lavoratori più vecchi”

LA STAMPA

Italia

Illy: “Bonus sbagliati

Non bisogna penalizzare

i lavoratori più vecchi”

L’imprenditore: giù le tasse e risorse all’Università 

Non vorrei che il governo proponesse un gioco a somma zero, in cui si vuole incentivare l’occupazione giovanile penalizzando le altre fasce d’età». Secondo Riccardo Illy, presidente del Gruppo Illy, la strada per aumentare l’occupazione, anche giovanile, è un’altra e passa «da maggiori risorse al sistema delle Università» per avere più competenze da spendere sul mercato del lavoro e da «una decisa diminuzione della tassazione delle imprese» portando l’aliquota Ires al 20% «come sta avvenendo un po’ ovunque».

Perché giudica sbagliati nuovi incentivi per assumere i giovani? «Perché mi sembra poco giustificabile, da un punto di vista etico ed economico, mettere in concorrenza lavoratori di età diverse. Esiste già un’incentivazione implicita ad assumere giovani: con i nuovi contratti il dipendente anziano costa di più. Molte imprese - non certo noi - usano già tutti gli strumenti disponibili per ringiovanire le fila aziendali. In genere la motivazione è che il giovane lavoratore è più aggiornato, più motivato, più preparato. Ma spesso il vero motivo è che il giovane costa semplicemente meno».Nuovi incentivi alla loro assunzione non servirebbero? «Temo non sortirebbero grandissimi effetti: l’incentivo, come dicevo, esiste già. In più si rischierebbe di aggiungere nuova complessità e burocrazia». E allora come si combatte la disoccupazione tra i giovani? «Come indica l’Istat la disoccupazione giovanile non è omogenea: tra i laureati è a un livello basso, fisiologico. Il punto è che le imprese assumono chi ha una qualifica utile. E la media dei laureati in Italia è la metà di quella dei Paesi occidentali». Dunque? «Anziché tagliare come si è fatto negli ultimi 20 anni, con l’eccezione di Renzi e Gentiloni, forse una misura utile è dare più risorse al sistema universitario, e dare una decisa sterzata sulla percentuale di laureati che dobbiamo avere nel Paese. Soprattutto con l’avvento dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale, della robotica. Non è certo di una manodopera poco qualificata che si ha bisogno nel manifatturiero. Ma il punto è anche un altro». Quale, dottor Illy? «In Italia c’è un problema di occupazione generale, non solo giovanile. E per aumentare l’occupazione bisogna aumentare la domanda, che sta crescendo in maniera insufficiente, e occorrono più investimenti privati da parte delle imprese, che sono ancora sotto i livelli pre crisi del 2007». In questo caso quale potrebbe essere l’incentivo per convincere le imprese ad accelerare il passo? «Va dato merito agli ultimi governi di aver già ridotto il carico tributario per le imprese, ma servono ulteriori tagli. Io sto a Trieste, mi basta fare un paio di chilometri per vedere, in Slovenia, imprese che pagano il 25% senza Irap. Da noi si potrebbe portare l’Ires al 20%, livello a cui tendono quasi tutti i Paesi. Ciò comporterebbe due effetti: più investimenti oppure maggiori dividendi, ma in tal caso lo sconto fatto alle imprese si recupererebbe da chi paga l’imposta per tali guadagni extra. Sarebbe comunque il modo migliore di aumentare l’occupazione, giovanile e non solo». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

francesco spini


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

domenica 20 agosto 2017

Agosto 1917, i cinque giorni che sconvolsero Torino

LA STAMPA

Cultura

Agosto 1917, i cinque giorni

che sconvolsero Torino

Assalti ai forni, saccheggi di chiese, fabbriche occupate: con la rivolta

delle classi popolari per il pane e contro la guerra, la città incontrò il suo ’900 

Torino scese in piazza per il pane e contro la guerra. È passato un secolo da quelle giornate dell’agosto 1917 e della rivolta che per cinque giorni sconvolse la città non è rimasto niente, nemmeno il ricordo. Si era nel pieno della Prima guerra mondiale e la stanchezza dello sforzo bellico si faceva sentire, non solo da noi. C’era stato l’appello di papa Benedetto XV contro «l’inutile strage»; dalla Russia erano rimbalzati gli echi vittoriosi della rivoluzione guidata da Lenin; sui fronti della Somme i soldati si erano ammutinati e avevano disertato in massa; alla fine di ottobre, a Caporetto, ci sarebbe stata la disastrosa sconfitta italiana. In città, il 13 agosto, 40 mila persone si erano radunate davanti alla Casa del Popolo, in corso Siccardi, per ascoltare, entusiasti, i rappresentanti dei soviet russi. Il clima era tale che bastava una piccola scintilla per innescare un grande incendio.

A Torino, a causa dell’esaurimento delle scorte di farina, mancava il pane. E le donne del popolo, per prime, guidarono i saccheggi per prenderselo. Tutto avvenne in modo tumultuoso e, all’inizio, spontaneo.

«Vogliamo la pace!»

Alle 9 del mattino di mercoledì, 22 agosto, il prefetto diede l’annuncio che per quel giorno le panetterie non avrebbero aperto; già a mezzogiorno gli operai dell’arsenale di via Caserta uscirono dalla fabbrica per raggiungere le loro donne che protestavano per le strade dei rioni periferici. Davanti alla fabbrica automobilistica Diatto, in Borgo San Paolo. padroni e operai si confrontarono da vicino: «Non abbiamo mangiato, non possiamo lavorare, vogliamo pane…»; «Avete ragione, avete ragione…», rispose Pietro Diatto, «però entrate in fabbrica e non fate sciocchezze. Ve lo dico per il vostro bene e per il bene delle vostre famiglie». Gli operai tacquero un istante. Proprio solo un istante e si guardarono negli occhi, l’uno con l’altro, quasi a consultarsi tacitamente, e poi, tutti insieme, ripresero a gridare: «Ce ne infischiamo del pane. Vogliamo la pace! Abbasso i pescicani, abbasso la guerra!».

Ci furono i primi scontri, i primi morti. Il 23 agosto fu proclamato lo sciopero generale e la situazione precipitò in un conflitto sanguinoso e generalizzato. Mentre squadre di borghesi armati si affiancavano alle forze dell’ordine, gli operai si scatenavano scegliendo gli obiettivi di una rabbia troppo a lungo repressa: fu saccheggiato il caffè Ligure, in piazza Carlo Felice, notissimo ritrovo di aristocratici e interventisti; furono incendiate due chiese, quella di San Bernardino, in Borgo San Paolo e quella della Madonna della Pace, in Barriera di Milano; i quartieri popolari si affollarono di barricate, alcune improvvisate, altre inespugnabili, come quelle di corso Vercelli angolo via Carmagnola, e di corso Principe Oddone angolo corso Regina Margherita. 

41 morti, 150 feriti

Il 24 agosto i tumulti si accesero anche in Barriera di Nizza; ma il centro cittadino, piazza Castello e via Roma, si rivelò inaccessibile per i dimostranti: il corteo più numeroso e agguerrito, quello che veniva da Barriera di Milano, lungo la direttrice che da corso Vercelli porta in piazza Statuto e via Garibaldi, si infranse tra Porta Palazzo e via Milano contro un insuperabile sbarramento di polizia, esercito e carabinieri. Il 25 agosto il movimento cominciò a rifluire su sé stesso e la fiammata si spense con la stessa improvvisa rapidità con cui si era accesa. Domenica 26 agosto era tutto finito, le barricate distrutte, le forze dell’ordine di nuovo a controllare i rioni periferici. Alle giornate di lotta seguì una lunga scia repressiva, il tribunale emise quasi 900 mandati di arresto e si contarono, secondo le stime più attendibili, 41 morti e 150 feriti.

Gli assalti ai forni, le fabbriche occupate, gli incendi e i saccheggi di alcune chiese avevano proposto forme di lotta insieme arcaiche e moderne, innescando comunque un protagonismo collettivo che attraversò i rioni cittadini come una febbre. Quando ormai la mobilitazione di piazza era un dato di fatto, erano intervenute anche le organizzazioni di quello che allora si chiamava «movimento operaio»: i socialisti nelle loro variegate anime, riformisti e massimalisti, legalitari e rivoluzionari; gli anarchici del Circolo operaio; i sindacalisti della Camera del Lavoro ecc.

Un irriducibile conflitto

Oggi, un secolo dopo, si può dire che in quei giorni Torino incontrò il suo Novecento, un secolo che, con le ciminiere delle fabbriche, ha segnato le asprezze del paesaggio urbano e la coscienza e l’intelligenza degli uomini: un impasto di razionalismo cartesiano e di austerità calvinista; un insieme di virtù tipiche, la tenacia, la pazienza, la laboriosità; e, infine, protagonisti sociali identificati nelle due figure contrapposte dell’«operaio di mestiere» e dell’«imprenditore capitalistico», collocate in uno scenario di macchine e spolette, caserme e filatoi, automobili e divise militari. Per 80 anni, l’universo politico e economico della città ha ruotato intorno a queste due figure che, separate nel cielo della politica e protagonisti di un irriducibile conflitto economico e sociale, hanno invece contribuito insieme a fissarne i tratti identitari più profondi.

Tra borghesia e proletariato c’è stato, come scriveva Gramsci, un antagonismo puro, liberato da tutte le scorie medievali e precapitalistiche. Per questo Torino era «anormale» rispetto al resto d’Italia. Se Gobetti tentava di cogliere tutte le opportunità conoscitive racchiuse in quello straordinario laboratorio sociale, alimentando la ricerca di un nuovo liberalismo in grado di dialogare in modo ravvicinato con la modernità espressa dalla classe operaia, sul versante opposto Gramsci cercava, nella concretezza dei comportamenti in fabbrica, l’antidoto al dogmatismo esasperato del leninismo. Entrambi apparvero immediatamente minoritari, destinati alla sconfitta: il liberalismo rivoluzionario di Gobetti non ebbe nessun peso nell’area della tradizione liberale; le tesi consiliari di Gramsci furono subito sconfitte all’interno del Pci.

Si può dire che l’operaismo come riferimento esistenziale sia vissuto molto più a lungo delle teorie politiche che aveva ispirato. Oggi, tra le sue macerie, si trova ancora una certa residua insofferenza degli intellettuali italiani verso una tradizione culturale torinese, vista come un ingombrante fardello di cui occorre sbarazzarsi al più presto.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Giovanni De Luna


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

lunedì 7 agosto 2017

Giorni più freschi e bagnati, bello da venerdì a Ferragosto

LA STAMPA

Cuneo


Giorni meno caldi
In arrivo piogge
e rischio grandine
Fulvio Romano


I primi cinque giorni di agosto sono riusciti nell’impresa di superare anche i record del 2003. Sono stati, infatti, almeno tre su cinque i primati delle temperature massime conquistati quest’anno nel finale della scorsa settimana. Record storici, ma nelle notti d’inizio agosto di 14 anni fa si era boccheggiato anche di più. 
Da ieri il clima del Nord Ovest cambia registro, per una settimana almeno e forse più. L’anticiclone africano è stato indebolito ieri dal sopraggiungere di una prima offensiva atlantica che ne ha scalfito il dominio. I temporali specie a Nord e a Sud della regione hanno fatto precipitare le temperature, riportandole quasi ovunque sugli standard abituali del periodo. Se finora agosto ci aveva fatto ribollire con temperature medie di sei gradi in più rispetto alla norma, tra oggi e giovedì, grazie alle ripetute ondate occidentali, il calo sarà costante nelle minime e nelle massime. 
Poi da venerdì a domenica, con la ripresa dell’alta pressione, ma questa volta più azzorriana e quindi secca e temperata, i cieli sereni e le temperie gradevoli ci riporteranno - fino a Ferragosto - alla migliore immagine dell’estate, calda ma non afosa.
Da qui a venerdì, invece, nuvole da Est oggi, rovesci in prevalenza alpini domani sera e, tra mercoledì e giovedì, temporali con piogge e pericolo di grandine.

romano.fulvio@libero.it

mercoledì 2 agosto 2017

le regole per il premier che verrà

LA STAMPA

Cultura

le regole

per il premier

che verrà

C’è un modo efficace per far credere all’opinione pubblica che una affermazione sia vera, anche se è del tutto falsa: quello di ripeterla ossessivamente e, per di più, con il tono di chi ribadisce un’ovvietà contro la quale nessuno potrebbe obiettare. Cultori assidui di tale trappola propagandistica sono, in questi giorni, soprattutto i leader di quei partiti che ambiscono al primo posto nella classifica delle prossime elezioni, Pd e Movimento 5 stelle. Costoro sostengono che spetti a chi guida la formazione politica che abbia raccolto più voti la poltrona di Palazzo Chigi. 

Peccato che questa tesi, irrefutabile in un sistema maggioritario, sia, in modo altrettanto irrefutabile, clamorosamente sbagliata in quello proporzionale. Nel primo, è affidato direttamente ai cittadini il compito di indicare il capo del futuro governo, nel secondo, sono i partiti che segnalano al presidente della Repubblica chi è in grado di raccogliere su di sé i consensi della maggioranza nei due rami del Parlamento.

La storia della nostra Repubblica, del resto, è troppo recente per essere dimenticata dai nostri fintamente smemorati leader. Nel sistema proporzionale, in vigore dal dopoguerra fino alla «rivoluzione maggioritaria», chiamiamola così, degli Anni Novanta, Craxi governò il Paese con circa l’undici per cento dei voti ottenuti dal Psi e, addirittura, Spadolini inaugurò le presidenze «laiche» del Consiglio con il tre per cento di consensi al suo partito, quello repubblicano.

Al contrario, Berlusconi e Prodi si alternarono a palazzo Chigi in virtù della maggioranza relativa ottenuta da uno dei due schieramenti di cui erano i leader.

Ecco perché con l’unico sistema di voto che la Corte Costituzionale ha reso praticabile e che i nostri partiti, nonostante i ripetuti appelli di Mattarella, non sono riusciti a modificare, quello spiccatamente proporzionale, la regola del «chi arriva primo, governa» ha il fascino della semplicità, ma il difetto di non avere i requisiti per raggiungere l’obbiettivo, cioè la maggioranza in Parlamento.

I leader dei partiti più grandi potrebbero sicuramente rendere valida tale regola con una intesa che riformasse in senso maggioritario il sistema elettorale risultante dalla sentenza della Corte. Tutti, esperti sondaggisti, acuti commentatori, saggi politici si proclamano allarmati dal rischio di una assoluta ingovernabilità dell’Italia, nella prossima legislatura, proprio a causa di un meccanismo di voto proporzionale applicato a un assetto sostanzialmente tripolare della nostra politica. Un futuro che, nell’ipotesi migliore, quella che potrebbe evitare un immediato ritorno dei cittadini al voto, vedrebbe un governo debolissimo, condannato all’immobilismo dai contrasti tra due schieramenti costretti a stare insieme per raggiungere più del 50 per cento dei voti in Parlamento, ma con visioni e programmi del tutto diversi.

Una prospettiva davvero funesta in questi tempi assai difficili per una Italia con una posizione molto scomoda: dal punto di vista geografico, perché ponte troppo affollato tra Africa ed Europa, da quello economico, perché fanalino di coda nella ripresa continentale, da quello politico, perché non più importante Paese di frontiera nella sfida tra Ovest ed Est del mondo, ma nazione che rischia l’irrilevanza strategica nei nuovi equilibri internazionali.

In queste condizioni, l’Italia ha bisogno di governi stabili, guidati da leader la cui autorevolezza nasca soprattutto da consensi elettorali ampi da parte dei cittadini. Se la nostra classe politica ritiene, com’è ragionevole, che questo risultato si possa ottenere con un sistema maggioritario, lo approvi. Se non è capace, o non vuole farlo, truccare le regole non vale.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Luigi La Spina


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

domenica 30 luglio 2017

Da zizou a vivendi Il derby infinito tra Roma e Parigi

LA STAMPA

Cultura

Da zizou a vivendi

Il derby infinito

tra Roma e Parigi

Ah, les italiens… È sempre così. Quando si ricomincia a litigare, sembra di sentire sullo sfondo la solita cantilena: ah, gli italiani… È un derby infinito, la testata di Zinedine Zidane nello stomaco di Materazzi durante la finale di Berlino 2006, ne è l’icona, insieme grottesca e simbolica.

Ora sarebbe da provinciali banalizzare il no di Emmanuel Macron alla Fincantieri paragonandolo a una rabbiosa reazione di un calciatore sul campo di gioco. Il giovane leader francese è impegnato in ben altra impresa: ridare alla Francia la grandeur appannata. Ma nel faccia-faccia tv con Marine Le Pen, a quattro giorni dal ballottaggio che lo avrebbe trionfalmente portato all’Eliseo, l’affare dei cantieri di Saint-Nazaire è stato uno dei pochi momenti in cui si è trovato in difficoltà. La Le Pen non aveva usato giri di parole: «avete svenduto i nostri cantieri agli italiani». E quell’«aux italiens» fu detto con un tono che veniva da una lunga storia. E da Macron non è arrivata una risposta né convinta né convincente. 

È una rivalità che non muore, viviamo - anche - dei nostri reciproci luoghi comuni, danno sicurezza e identità. Che sia Alitalia-Air France, Vivendi-Mediaset, la governance di Telecom. All’impulso nazionalistico che si leva sempre più forte da ogni parte d’Europa, tra Francia e Italia si sommano le antiche ruggini e i soliti sospetti. Macron si prepara a un autunno caldo sulla riforma dei contratti di lavoro, la madre di tutte le battaglie politiche che lo aspettano. Ha bisogno di rafforzare la sua base di consensi che già sembra indebolirsi, anche sfondando in territorio nemico, l’elettorato lepenista. Il dinamismo in politica estera non basta. È sulla riconquista dell’identità francese che si gioca la partita interna.

E qui «les italiens» tornano un comodo bersaglio che rivela un iceberg di pregiudizi. Pochi giorni fa è scomparso Max Gallo, giornalista, storico, accademico di origini italiane che aveva fatto della spiegazione dell’Italia ai francesi uno punti forti del suo discorso pubblico. Gallo era un passionale combattente delle idee, un implacabile nemico dei luoghi comuni e delle «idee ricevute», per dirla con Flaubert. Fu forse il solo intellettuale francese che nel caso controverso caso del terrorista-scrittore Cesare Battisti seppe andare contro il conformismo non solo gauchista che dipingeva l’Italia degli Anni Settanta come una caricatura del Cile di Pinochet. Un caso simbolico e rivelatore.

Dopo il sorriso irridente e irritante di Sarkozy nei confronti del Berlusconi cadente, la sinistra francese ha preso Matteo Renzi per modello politico: Manuel Valls da primo ministro chiedeva agli esperti di Italia resoconti continui sulla sua politica e progettava di cambiare nome al partito: da partito socialista a partito democratico. E anche la performance di Macron è cominciata su quella scia di rinnovamento della politica.

Il ritorno delle identità richiede le stimolazione di tutti gli stereotipi. La crisi dell’Europa è il mancato riconoscimento di un interesse comune. Che sia neo gollismo o bonapartismo (il dibattito è vivo in Francia) Emmanuel Macron ha dispiegato la sua «force de frappe»: Libia, migranti, cantieri navali. Ah questi francesi!

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Cesare Martinetti


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

La moglie di Scaramucci chiede il divorzio Non le piace Trump (ndb: saggezza delle donne...)

LA STAMPA

Esteri

il capo della comunicazione

Scaramucci, la moglie

chiede il divorzio

Non le piace Trump

Nominato solo la settimana scorsa capo della comunicazione della Casa Bianca, Anthony Scaramucci si trova senza moglie. La consorte, Deidre Ball, lo ha lasciato per le sue «sfacciate ambizioni politiche». Sembra che, scrive il «New York Post», dopo tre anni di matrimonio fosse stufa delle continue rincorse del marito a Trump che lei detesterebbe. La 38enne Deidre Ball avrebbe lasciato il marito, noto come «The Mooch», lo «scroccone», anche perché le piace «la bella vita di Wall Street e la loro casa a Long Island, non il folle mondo di Washington».


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

mercoledì 26 luglio 2017

"Un 'Insieme' tendente al mai" ( Sorgi)

LA STAMPA

Italia

Il forfait svela

l’autentico

obiettivo

degli scissionisti

È un «Insieme» difficile, tendente al mai, quello tra Pisapia e i bersaniani di «Articolo 1 - Mdp»: dopo quattro giorni di bastonatura mediatica da parte degli scissionisti del Pd, il mite ex-sindaco di Milano, che s’è assunto il compito arduo di riunire le varie anime del centrosinistra che non si riconoscono nel partito dell’ex-presidente del Consiglio, ha fatto saltare l’incontro con Roberto Speranza, accompagnando la sua decisione con una nota durissima in cui dice di non aver tempo da perdere con politici che hanno la testa rivolta all’indietro. Speranza ha abbozzato, cercando di non compromettere del tutto la prospettiva di recuperare una qualche forma di collaborazione con Pisapia, ma lasciando intendere che Mdp è pronto a presentarsi da solo o con Sinistra italiana, altra formazione con cui l’ex-sindaco non ha trovato alcun terreno di intesa.

Pisapia ha assistito con crescente stupore alla gragnuola di pesanti reazioni seguite al suo incontro con la sottosegretaria Boschi alla Festa dell’Unità di Milano: da Bersani a Rossi, allo stesso Speranza, tutti i leader della neonata formazione di sinistra hanno sentito il bisogno di esprimere giudizi su un gesto assolutamente naturale, come quello di due persone che si incontrano ed essendo amiche si salutano abbracciandosi. Ma non si è trattato solo di criticare l’abbraccio, dandogli un significato politico che nessuno dei due protagonisti aveva esplicitato; a un certo punto all’interno di Mdp s’è perfino aperta la discussione sulla qualità dello stesso, se avrebbe potuto essere più o meno caloroso, se fosse stato pensato e preparato, o spontaneo e improvvisato. Il tutto con l’evidente obiettivo di fare un pezzo di campagna elettorale anche contro Pisapia, nel dubbio che alla fine possa finire alleato di Renzi.

Ora, esattamente questa possibilità non è mai stata esclusa da Pisapia, fin da quando s’è messo al lavoro per cercare di riportare il centrosinistra all’unità. Le difficoltà incontrate con Renzi, che di rimettersi d’accordo con i suoi avversari non ha alcuna intenzione, sono niente, rispetto all’avversione mostrata dai bersanian-dalemiani, che tra l’altro sono fieramente contrari al progetto che prevede lo scioglimento di tutte le diverse formazioni in un «campo democratico», fondato sulla disponibilità a smussare le diversità di posizioni. Al dunque, Pisapia ha compreso che l’unico vero obiettivo di Mdp è portare Renzi al più presto alla sconfitta, in modo che si riapra, dentro e fuori il Pd, costi quel che costi, anche il ritorno all’opposizione, la partita della leadership del centrosinistra.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Marcello

Sorgi



martedì 25 luglio 2017

Sorgi: Il rischio del desiderio di vendette grilline (ndb: che errore accodarsi a Grillo)

LA STAMPA

Italia

Il rischio

del desiderio

di vendette

grilline

L

a battaglia contro i vitalizi che riprende oggi alla Camera si concluderà quasi certamente con l’approvazione della legge Richetti, che prevede, non il taglio delle pensioni dei parlamentari, già sforbiciate nel 2012 e ricondotte al metodo contributivo (assegno proporzionale agli effettivi versamenti previdenziali) come quelle di tutti i normali cittadini entrati nel mondo del lavoro dal 1996; piuttosto di quelle degli ex-parlamentari che godevano, appunto, del sistema retributivo, e in qualche caso limitato anche del privilegio di aver ottenuto la pensione dopo pochi mesi o pochi anni di frequenza in Parlamento. Ragione per cui una parte del Pd, che propone la riforma, si oppone, e il Movimento 5 Stelle, quale che sia l’approdo della vicenda, dirà fino all’ultimo che è un imbroglio (anche se non lo è) e che il Pd non aveva davvero intenzione di cancellare i vitalizi.

Ma al di là dei toni della polemica che oppone da tempo il maggior partito di governo e il Movimento risultato primo alle ultime elezioni, l’aspetto interessante di questo passaggio è che punta a mettere alla gogna una categoria in via di scomparsa, anche se non tutta da gettare: appunto, il politico di professione, che nell’era della Prima Repubblica (1948-’93) e all’inizio della Seconda, praticando onestamente (i condannati non riabilitati, anche loro, da tempo sono stati già privati dei vitalizi) e con senso del dovere il mestiere di parlamentare, contribuiva a un funzionamento delle istituzioni certamente meno nevrotico e conflittuale di quello attuale.

Un’epoca in cui si facevano meno leggi, ma quelle che si facevano erano scritte meglio e duravano di più, senza rivelarsi, come oggi accade spesso, inapplicabili, o essere di continuo cancellate dalla Corte costituzionale. E una categoria in cui, certo, erano allineati al gran completo gli eterni gruppi dirigenti dei partiti (la rottamazione non esisteva) ma anche schiere di peones che mandavano avanti il lavoro delle commissioni umilmente ma con una specifica competenza derivata dalla lunga esperienza parlamentare.

Punirli come saranno puniti dal taglio delle pensioni, minimo è opinabile, e avviene in omaggio alla narrazione che identifica senza distinzione i politici in una casta, o stabilisce che non debbano avere altra professionalità che l’obbedienza, al leader e alla rete. Colpisce che tra Pd e 5 Stelle in pratica non ci sia alcuna differenza su questo punto. Consegnare alla storia come mangiapane a tradimento tutti insieme i parlamentari del passato non contribuirà di sicuro ad accrescere il rispetto popolare delle istituzioni. E finirà con l’alimentare il desiderio di ulteriori vendette.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Marcello

Sorgi