ebook di Fulvio Romano

martedì 8 maggio 2018

Vezzolano, il segreto delle mele ritrovate

LA STAMPA

Italia


Nel giardino dell’abbazia si recuperano le antiche varietà

Il meleto dell’abbazia di Vezzolano ad Albugnano (Asti) compie 22 anni. È una storia antica fatta di mani, sapienza, amore. In quel meleto, nato nel 1996 quasi per scherzo da un comitato di amici con la benedizione di Paola Salerno, Soprintendente ai Beni architettonici del Piemonte, si trovano le più antiche varietà di mele piemontesi. Un «saluto giocoso» avvisa il visitatore: «Benvenuto pellegrino che sei giunto da Torino, dall’Europa, da lontano, per mirare Vezzolano… nel frutteto i cultivar più svariati puoi trovar. Sono mele di un passato davvero ritrovato nello sguardo di chi cura la memoria e la natura».

Guai a dire: «A son mac pom» (sono solo mele), come fece un paesano all’inaugurazione, offendendo un po’ i nobili e gli studiosi riuniti in comitato: Roberto Radicati, Ludovico Radicati di Brozolo, il professore universitario Dario Rei, Leonardo Mosso di Cerreto, Claudio Caramellino e il «papà» delle mele, il chierese Luigi Dorella, alfiere del paesaggio monferrino, che a 86 anni cura ancora il frutteto. I «pom» sono diventati gustosi e famosi. Le piante sono una cinquantina, le varietà 24. Il meleto è stato preso a esempio dagli svizzeri ed è diventato strumento didattico. «Il meleto è nato per recuperare un patrimonio storico, per strappare all’oblio una tradizione piemontese. Nessuno ha pensato a un profitto economico: non business ma cultura», spiega il sociologo Dario Rei.

Eccola la scommessa del giardino delle mele nato all’ombra dell’abbazia di Santa Maria di Vezzolano. Recuperare quelle antiche varietà. Passeggiando nel frutteto in prima fila, come compagne di scuola, ci sono le mele Carla e la rossa Calvilla. Poi la «Ciocarina» che tra le mani sembra tintinnare come un sonaglino. Per la gioia degli agri-chef ecco il pom Rusnent e con cui si cucina la torta monferrina. In terza fila il pom dla Bota e la Matan che nelle vecchie cascine conservavamo nelle damigiane o in cassette al buio. Ogni pianta ha la sua targhettina con i nomi piemontesi: si passa dal pom del re ( piaceva a Carlo VIII e casa Savoia) al pom ad San Gioann, dal vanitoso pom Marcon al pom Giraudet. 

Molto di questo meleto si deve a Luigi Dorella che alla natura ha dedicato la sua vita. Conosce il linguaggio che nasce dal cuore ed entra in empatia con animali e piante. Mentre pota e insegna l’arte dell’innesto spiega: «Mai avvicinarsi ad una pianta brandendo le forbici, bisogna procedere con determinazione, ma con calma e rida pure chi non ci crede ma se si mormora alla pianta qualche parola d’amore, rassicurandola, la potatura riesce e l’albero dona fiori e frutti». Per arricchire il meleto è andato su e giù per le vigne, negli orti, nei prati. «I contadini mangiavano la frutta e buttavano via il torsolo, per questo in campagna ci sono piante selvatiche». Dorella, per 22 anni, ha curato il frutteto fortificandolo e trasformandolo in una meraviglia. 

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selma chiosso

venerdì 4 maggio 2018

Dal manicomio alla libertà L’ultima paziente di Trieste “Salva grazie a Basaglia”

LA STAMPA

Italia

Reportage

Dal manicomio alla libertà

L’ultima paziente di Trieste

“Salva grazie a Basaglia”

Antonella, dal padiglione dei bimbi a quello delle agitate

“Oggi ha una casa per sé, senza di lui sarebbe morta”

Antonella è stata l’ultima a lasciare la città dei matti. È così che chiamano ancora oggi, bonariamente, l’ex manicomio di Trieste, perno della rivoluzione guidata da Franco Basaglia e culminata, 40 anni fa, nell’approvazione della legge sulla chiusura degli ospedali psichiatrici in Italia. A guardarlo oggi, questo complesso vivace di padiglioni giallo ocra incastonato nel parco collinare di San Giovanni, con il suo viavai di studenti e professori della vicina Università, triestini che fanno jogging con il cane e bambini che giocano a pallone, si fatica a immaginare che per decenni sia stato un contenitore di violenze, diritti negati, identità sradicate. Per trovarne traccia bisogna arrampicarsi per sei chilometri sull’altopiano del Carso e suonare al campanello di una casetta con giardino nel borgo di Opicina, dove abita una delle ultime testimoni di quello che Basaglia definì «l’annientamento dell’individuo messo in atto dall’istituzione psichiatrica». Ci accompagna Carla Prosdocimo, una vita spesa come operatrice all’ex manicomio e oggi amministratrice di sostegno di Antonella. «La Anto - racconta - non è stata riconosciuta alla nascita. Così nel 1951 è finita in un orfanotrofio, dove nel giro di pochi anni le sue condizioni sono precipitate». Il destino di Antonella è racchiuso in due certificati del pediatra. «Il primo, quando ha poco più di un anno, dice che la bambina ha qualche difficoltà di sviluppo del linguaggio ma se inserita in ambiente idoneo può recuperare». La raccomandazione viene ignorata, tant’è che quattro anni dopo il medico dichiara: «Antonella è affetta da frenastesia di grado elevato». Tradotto: intelligenza prossima allo zero, nessuna possibilità di recupero.

A nove anni, ancora bambina, Antonella varca per la prima volta le porte del manicomio di Trieste. «L’hanno mandata al Ralli, il reparto infantile. Un ricettacolo di tutta l’infanzia perduta, povera, abbandonata. Ci finivano anche tanti profughi istriani, figli di nessuno. Sai come canta Cristicchi in quella canzone che ha vinto a Sanremo? La mia patologia è che sono rimasto solo. Ecco, la solitudine era la loro malattia». 

Antonella adesso vive insieme ad altri due ex internati in una casa accogliente, con il parquet nella camera da letto e il caminetto nel soggiorno. Alla parete c’è un grande quadro realizzato durante un laboratorio di pittura. Sulla libreria, in file ordinate, gli album delle vacanze: la Maremma, l’isola d’Elba, le gite al borgo carsico di Samatorza, le estati al mare in Croazia. «Adora prendere la tintarella - racconta Carla -. In questo è proprio una triestina doc, perché qui tutti stanno al sole da marzo a ottobre e anche nelle giornate limpide d’inverno. Credo che per lei rappresenti finalmente l’opportunità di vivere il proprio corpo come veicolo di benessere e non di dolore». 

A 13 anni Antonella passa dal padiglione dei bambini a quello delle donne agitate. «Il famigerato “O”, dove elettroshock, camicie di forza e celle di isolamento sono la quotidianità». Per i medici però la terapia non è sufficiente. La ragazza continua ad essere inquieta, aggressiva verso se stessa e gli altri. Chiedono che venga sottoposta a lobotomia frontale. «L’hanno mandata a Torino per l’operazione, poi è tornata qui», spiega Carla.

Nel 1971 a dirigere il manicomio di Trieste arriva Franco Basaglia, chiamato dall’allora presidente della Provincia Michele Zanetti a completare l’opera di smantellamento dell’istituzione psichiatrica già avviata dal medico veneziano durante la precedente esperienza a Gorizia. «Quando mise piede per la prima volta in manicomio fu colpito dall’assenza», ricorda Peppe Dell’Acqua, uno degli allievi e divulgatori del pensiero basagliano. «Vide davanti a sé centinaia di corpi ma nessuna persona. Gli individui erano ridotti a oggetto, non c’era altro che la loro malattia».

Inizia così una lenta opera di restituzione dell’identità, a partire degli effetti personali, gli abiti, le fotografie, le spazzole per i capelli. Basaglia chiede a medici e infermieri di liberarsi del camice e del loro ruolo di carcerieri, di semplici tutori della tranquillità sociale. «Per la prima volta - spiega Dell’Acqua - veniva messo in discussione l’approccio positivistico alla medicina e il rapporto di sottomissione gerarchica tra medico e paziente».

Nel 1973 Basaglia rilascia un certificato su Antonella, che allora ha 22 anni e ha smesso da tempo di parlare. «La paziente non può restare in cattività nel padiglione agitate. Bisogna iniziare con lei un graduale percorso di recupero». Viene trasferita in una casetta all’interno del parco di San Giovanni, insieme ad altri casi difficili. «Era completamente assente - ricorda Carla - passava la giornata seduta su una panchina a dondolarsi. Aveva assunto quell’atteggiamento di rinuncia tipico di chi sa che la propria parola e la propria esistenza non hanno alcun valore». 

Giorno dopo giorno, lentamente, Antonella recupera il coordinamento motorio, inizia a partecipare ad attività e laboratori e trasforma i pochi suoni gutturali che escono dalla sua bocca in parole e frasi di senso compiuto. «Non esistono persone con cui non è possibile intraprendere un percorso terapeutico - spiega Roberto Mezzina, attuale direttore del dipartimento di salute mentale -. Con Antonella è stato fatto quello che ancora oggi caratterizza il “modello Trieste”, scelto come riferimento dall’Organizzazione Mondiale della Sanità». Un modello che mette al centro la guarigione non in senso puramente clinico, ma della persona nel suo complesso. «Ci riusciamo grazie a una struttura di intervento ramificata sul territorio, con quattro centri di salute mentale aperti 24 ore al giorno, a cui ogni anno si rivolgono circa 5000 utenti. Abbiamo medici e operatori che seguono le persone a domicilio e una rete di associazioni e Cooperative sociali che organizzano attività finalizzate all’inclusione sociale e al reinserimento lavorativo. Grazie a questo approccio siamo riusciti ad abolire ogni forma di contenzione fisica, purtroppo ancora diffusa in Italia, nonostante rappresenti una delle più terribili violazioni di diritto che la psichiatria possa compiere». Oggi Antonella ha una casa con nome e cognome sul campanello, due volte alla settimana va a trovare i suoi amici al «Posto delle fragole», l’affollatissimo bar del San Giovanni gestito da pazienti con disturbi psichiatrici e frequentato da tutti i triestini. «Ogni tanto - racconta Carla - la sera va a cena fuori. Sa che cosa ordina? Gli spaghetti. Per lei sono il frutto proibito. In manicomio non glieli davano, perché le forchette erano considerate oggetti pericolosi. Si mangiava solo riso o pasta corta, col cucchiaio». Per Antonella gli spaghetti sono simbolo di libertà. «Quella libertà che senza la battaglia combattuta da Basaglia non avrebbe mai potuto assaporare».

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Lidia Catalano


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venerdì 13 aprile 2018

LA GUIDA -recensione

Grazie alla Guida e a Roberto Dutto per la bella recensione. 





Provincia Granda - recensione


Grazie a Provincia Granda per la accurata recensione di “Burrasche, comete e stelle cadenti”

Un ebook del “nostro” Fulvio Romano su una pagina dimenticata della nostra storia
Quegli accaniti cacciatori di comete e di stelle cadenti dell'800 monregalese
L'ebook è in vendita in Rete (euro 5,99) su tutti gli stores digitali, oppure a questo indirizzo:   https://sell.streetlib.com/go/EkPtAnGUE

venerdì 6 aprile 2018

La Sorbona ricorda Lidia...

LA STAMPA

Cuneo

Il figlio Aldo racconta il dramma della madre, i suoi libri e i silenzi

La Sorbona ricorda la “donna di Ravensbruck”

L’università di Parigi dedica domani una giornata alla monregalese Lidia Rolfi, testimone dei lager

Tutto su sua madre, Lidia Rolfi. E tutto sul senso di quell’amicizia «piena di silenzi» che unì per anni lei e Primo Levi. L’università della Sorbona a Parigi terrà domani un seminario sulla figura di Lidia Beccaria Rolfi, una delle grandi voci dell’orrore dei lager, scomparsa a Mondovì nel 1996. La mattinata, che s’inserisce in un ciclo di conferenze sui traumi del Novecento, si concluderà con un convegno internazionale di studi il 15-16 giugno.

Al centro della mattinata accademica lei: Lidia, staffetta partigiana, tradita da una spia fascista in valle Varaita, internata per un anno a Ravensbruck come prigioniera politica. Quell’orrore, anni più tardi, si trasformò in una scrittura senza sconti, nata come un modo per guardare dentro l’inferno e raccontarlo. E, se possibile, sopravvivergli.

«Al campo di mamma» 

Alla giornata di studi domani a Parigi prenderà parte anche il figlio Aldo. Oggi è lui a ricordare, per non dimenticare un passaggio del testimone che lo porta, come sua madre, nelle scuole e tra gli studenti. E al rientro dall’ultimo viaggio-studio al «campo di mamma», come chiama lui Ravensbruck, gli è arrivata la conferma che la Sorbona aveva deciso di dedicare una giornata in ricordo della donna e di quei tormenti - sulla carta e fuori - che non l’hanno mai abbandonata. «A casa nostra si parlava sempre dei campi. Io sono cresciuto a pane e deportazione. Mamma non mi ha mai nascosto nulla», ricorda lui.

L’obbligo a tacere 

Non è sempre stato così. Non nella Mondovì del Dopoguerra e non in una famiglia contadina, dove le persone come Lidia - liberi individui ancora prima che donne - erano nate per incarnare un solo stereotipo. Non il ruolo di una sopravvissuta da un campo di concentramento. Allora meglio nascondere la polvere sotto il tappeto. «Mamma non ha mai parlato con i genitori del vissuto. Quel mondo doveva già fare i conti con la tragedia di Russia. I deportati erano altro: allora non avevano ancora una voce», dice Rolfi.

Testimonianza e scrittura vera sono arrivate dopo. All’inizio solo gesti quotidiani ricordavano che da certe cose non si guarisce mai: «La dispensa piena zeppa. Perché una fame così non te la togli di dosso. Poi altre piccole regole: guai a sprecare, ad esempio. E guai a non mangiare di tutto. Un’economia mentale che mi ha lasciato lei».

L’amico Primo Levi

La Sorbona tenterà di indagare la figura della Rolfi anche in rapporto a Primo Levi, per aggiungere qualche tassello, se possibile, sulla redazione «dei Sommersi e i salvati». I due scrittori si erano conosciuti a guerra finita: lei sopravvissuta a Ravensbruck, lui ad Auschwitz. A spezzare quel legame, nato sulle ceneri dell’indicibile, fu il suicidio di lui. Aldo: «Lo ricordo mentre arrivava a Mondovì per salutare mamma. Si sedevano e parlavano. Poi calava il silenzio. Ed era un momento loro, che nessuno poteva condividere. In un certo senso sono rimasti là, in un lager, tutti e due. Non ne sono mai più usciti».

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chiara viglietti

La Jena su Salvini e Immigrati

LA STAMPA

Italia

Jena

Immigrati

La polizia francese 

si comporta 

come si comporterà 

la polizia italiana quando al governo ci sarà Salvini



(ndb: e allora cominceranno -dio non voglia-  gli attentati ...)

martedì 3 aprile 2018

È uscito l'ebook di Gloria Tarditi "A SAN GIOVANNI TUTTE LE ERBE SONO SANTE".

Erbe e Fiori, tutti gli esseri vegetali che con i loro colori e profumi ci rallegrano nel quotidiano e nella festa, sono una presenza gradevole e costante che arricchisce la nostra realtà e, lungo il cammino della vita, ci regala serenità e pace. Ma le piante ci aiutano anche nei momenti bui delle sofferenze: la maggior parte di esse possiede meravigliose proprietà curative, da secoli sperimentate nella medicina popolare, e oggi sempre più convalidate dalla scienza.
Il mio approccio ad esse è più antropologico che botanico, riguarda miti, storie, leggende, simboli, interazioni culinarie e mediche, curiosità e quant'altro mi ha coinvolta e intrigata di queste meraviglie del creato. Ha scritto H.D.Thoreau “Una delle cose più affascinanti nei fiori è il loro meraviglioso riserbo”, così diverso dal chiasso umano spesso fine a se stesso. Ho tentato perciò di rispettarne il segreto e di coglierne l'essenza in un piccolo bagaglio di notizie, raccolte e filtrate attingendo alla vasta e avvincente 'letteratura verde'dall'antichità ad oggi, per sollecitare un'istintiva empatia verso queste creature della terra che, con semplicità e naturalezza, partecipano alla nostra vita.
Conoscerle meglio, magari attraverso diverse sfaccettature, è il primo passo per amarle e rispettarle: ”Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera”(P.Neruda).
Con l'occasione ho rivisitato alcuni miei scritti dedicati alla flora del territorio in cui vivo e lavoro, pubblicati in questi ultimi dieci anni sui mensili 'Viver meglio' nella rubrica 'Anima e corpo', 'Ousitanio vivo' nella rubrica 'Flors d'Occitania',' Il Dragone' nella rubrica 'Di fiore in fiore'.


GloriaTarditi Romano, pubblicista cuneese iscritta all'Albo dei Giornalisti del Piemonte dal 1985, ha collaborato a varie testate di settimanali, periodici e riviste (Astragalo, Cuneo Provincia GrandaAd Ovest), occupandosi di attualità e cultura. Da oltre un decennio ha dedicato la sua attenzione anche alla naturopatia e alle piante, passione di una vita, narrandole con taglio più antropologico che botanico.
 

martedì 13 marzo 2018

Vegeti e L’ utopia di Platone

LA STAMPA

Cultura

Addio a Mario Vegetti

l’utopia di Platone

e i suoi chiaroscuri

In un’intervista di alcuni anni fa ci aveva detto che Aureliano Buendía, l’eroe di Cent’anni di solitudine «che nella sua vita ha tentato 32 rivoluzioni e le ha fallite tutte, è l’emblema del platonismo di ogni epoca». A Platone e alla sua opera Mario Vegetti, morto domenica a Milano a 81 anni da poco compiuti, ha dedicato gran parte del suo lavoro di storico della filosofia antica, tra i più profondi che abbiamo avuto in Italia, senza arretrare di fronte agli aspetti più controversi del suo pensiero.

Professore per trent’anni all’Università di Pavia, dove era stato allievo di Enzo Paci e si era laureato con una tesi su Tucidide, proprio dall’impostazione metodologica dello storico ateniese, che intendeva la sua indagine come ricerca delle cause, aveva sviluppato un interesse per la scienza antica, guidato dall’incontro con Ludovico Geymonat e nutrito dagli studi su Galeno e sulle opere biologiche di Aristotele. Tra i contributi più stimolanti, generati da questo approccio, Il coltello e lo stilo (il Saggiatore, 1979), dove individuava i due strumenti, della dissezione anatomica e della scrittura, che hanno contribuito alla classificazione e all’organizzazione del sapere, e quindi alla razionalità scientifica occidentale. Nello stesso tempo, dalla lettura di Jean-Pierre Vernant traeva l’attitudine a pensare il mito non come l’opposto della ragione, secondo la lettura ottocentesca consacrata dal classico di Wilhelm Neste Vom Mythos zum Logos, ma come un elemento che alla ragione si intreccia inestricabilmente, dando vita a forme complesse di cui è possibile sondare la stratigrafia.

All’opera di Platone era arrivato sulla scorta di un’attenzione crescente per le implicazioni etico-politiche del pensiero antico (su L’etica degli antichi aveva pubblicato un importante volume nel 1989 da Laterza). Della Repubblica aveva curato una monumentale edizione commentata in sette volumi, uscita tra il 1998 e il 2007 per Bibliopolis, e al suo modello ideale di società giusta aveva dedicato tra gli ultimi titoli Un paradigma in cielo (Carocci, 2009), storia delle interpretazioni politiche a cui l’utopia platonica è andata incontro nei secoli: visione filosofica di un altro mondo possibile, secondo Kant, ma anche matrice di tutte le derive totalitarie, come è stata stroncata da Popper. Vegetti riconosceva in Platone entrambi gli aspetti, il programma illuministico del sapere al potere ma delineato con una radicalità estrema, che è sempre stata sentita come un «elemento perturbante», e che lo oppone al «riformismo» di Aristotele. Un modello di valore ideale, a cui sempre guardare, ma senza la tentazione di tradurlo in pratica. Per non fare (se non peggio) la fine di Aureliano Buendía.

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Maurizio Assalto

lunedì 5 marzo 2018

Il Tempo della Settimana

LA STAMPA

Cuneo

Da giovedì

suggestioni

di primavera

I primi gruppi di storni stanno tornando nel Nord Ovest. Portano un annuncio di primavera che in genere, ai primi di marzo, già si sente in qualche profumo d’erba e con qualche fiore. Suggestioni che potremo provare soltanto tra giovedì 8 marzo e venerdì, con una finalmente decisa ripresa delle temperature massime, che in pianura si avvicineranno ai 13-14 gradi.

Le minime subiranno ancora, la notte e la mattina presto, gli assalti perturbati atlantici e mediterranei che tra oggi e domani prima, e poi tra sabato e domenica arriveranno da Ovest e da Sud. Insomma, l’inizio dei tepori pre-primaverili, dopo una settimana piena di geli siberiani, sarà lenta, ma, dalla prossima settimana, progressiva. Intanto domani vedrà il transito di un nuovo fronte atlantico con il suo corteo di cieli coperti, piogge e verso sera neve tra Vallée e arco alpino occidentale, con fiocchi fino a quote collinari (sul Cuneese, di altipiano). Precipitazioni che terminano nella mattinata di domani, ma con al seguito cieli ancora coperti con poche schiarite la sera. Nuova rapida incursione mercoledì mattina con neve fino ai 1000 mt, poi aperture più decise , ma con foschie serali. Quindi la bella pausa di giovedì, che terminerà venerdì sera con nuvole e piogge sabato. Domenica prevarrà il sole, dal pomeriggio.

Fulvio Romano