venerdì 17 novembre 2017

Limone- Pancani, 1780 mt: minima di 2 gradi


Il solo due stelle è sempre a Cervere

LA STAMPA

Cuneo

I riconoscimenti nella mitica «Rossa»

Il solo due stelle è sempre a Cervere

Tutte conferme in Langhe e Roero 

Dalle Langhe al Roero, per arrivare fino a Cervere dove da dieci anni c’è l’unico ristorante con due stelle Michelin del Cuneese. Ieri a Parma, la conferma è arrivata per l’«Antica Corona Reale» di Cervere, pilastro della ristorazione locale e riferimento internazionale per la cucina d’autore. «Il riconoscimento della guida Michelin è sempre un onore, per lo staff, ma anche per Cervere - dice Gian Piero Vivalda -. Ma quest’anno abbiamo avuto anche altri premi che gratificano il nostro lavoro: da L’Espresso che ci ha riconosciuto il primato in Italia per l’utilizzo delle migliori materie prime, un omaggio anche a tutte le Dop della provincia di Cuneo, al premio alle eccellenze da parte del Touring club, che ritireremo il 21 novembre. Un grazie anche alla nostra clientela, di affezionati, ma sempre più anche dall’estero, perché se da 203 anni siamo qui a fare il nostro mestiere è anche grazie a loro».

Sulle colline Unesco

Tra Destra e Sinistra Tanaro, nelle colline patrimonio dell’Unesco, la parata di star della cucina è sempre più lunga. La Michelin ha confermato tutti i ristoranti con una stella in Langhe e Roero. La «Locanda del Pilone» di Alba del giovane chef Federico Gallo; «Al Castello» di Grinzane Cavour di Marc Lanteri; il ristorante «All’Enoteca» a Canale con Davide Palluda; «Il Centro» di Priocca con l’unica donna al comando, Elide Mollo; Massimo Camia dell’omonimo ristorante a La Morra; «21.9» di Piobesi d’Alba con il ligure Flavio Costa; «La Madernassa» a Guarene con Michelangelo Mammoliti; «Da Francesco» a Cherasco di Francesco Oberto; il ristorante «Da Guido di Costigliole» a Santo Stefano Belbo con Luca Zecchin; «La Ciau del Tornavento» di Maurilio Garola a Treiso; «Villa d’Amelia» a Benevello con Damiano Nigro e addirittura due nomi nella piccola Serralunga: «Da Guido» a Fontanafredda con Ugo Alciati in cucina e il ristorante «La Rei» del Boscareto di Pasquale Laera, allievo di Antonino Cannavacciuolo. [cr. b.]

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

La Granda ora ha 17 ristoranti stellati

LA STAMPA

Cuneo

Guida Michelin 2018

La Granda ora ha 17 ristoranti stellati

Crippa rimane l’unico che ne ha tre nel Nord Ovest, due new entry a La Morra e Alba

Un territorio come pochi altri al mondo e una provincia tra le più riconosciute in Italia, con un totale di 17 locali stellati. Ma a brillare nel firmamento dell’alta cucina, nel Cuneese, sono soprattutto i paesaggi vitivinicoli Patrimonio dell’umanità, ancora una volta protagonisti, ieri a Parma, della presentazione della Guida Michelin 2018. 

Le notizie principali sono la conferma di Enrico Crippa del ristorante «Piazza Duomo» nel centro di Alba tra i nove tre stelle d’Italia (unico nel Nord Ovest e alla vetta per il quinto anno consecutivo) e l’ingresso di due nuovi chef nella guida rossa con una stella. Si chiamano entrambi Andrea e non da molto sono in Langa, al timone di due locali diventati in poco tempo meta di gourmet internazionali: Andrea Larossa dell’omonimo ristorante di Alba e Andrea Ribaldone dell’Osteria Arborina di La Morra.

«Impegno con i clienti»

«Siamo contenti perché siamo cresciuti come Paese (con l’ingresso di Niederkofler nel gruppo dei tre stelle, ndr), anche se siamo ancora sotto di due rispetto alla Germania che ne ha 11 - commenta Crippa, che è pure presidente dell’Accademia Bocuse d’or Italia -. L’obiettivo per i prossimi anni è raggiungere i tedeschi, mentre per quanto riguarda il territorio sono felice che alcuni dei miei ragazzi che hanno preso nuove strade abbiano raggiunto risultati importanti». Ma qual è il segreto per rimanere all’apice? «Sappiamo tutti che servono costanza, sacrificio, impegno, rigore e attaccamento al lavoro, allo staff, al ristorante e al cliente - dice lo chef nato in Brianza, arrivato ad Alba grazie alla famiglia Ceretto -. Mai tirare i remi in barca: se prendiamo un impegno con il nostro cliente che ha delle aspettative, non solo dobbiamo mantenerlo, ma fare in modo che se ne vada con le aspettative superate».

Del resto tutti sanno che la «Rossa» è la bussola per chi cerca ottimo cibo e servizio impeccabile. E i suoi seguaci da oggi troveranno anche l’indirizzo di Andrea Ribaldone, in frazione Annunziata di La Morra. «È un riconoscimento al lavoro fatto e la degna conclusione di un’ottima annata - dice lo chef alessandrino, in Langa solo da nove mesi e da poco premiato come “Miglior performance dell’anno” dalla guida L’Espresso -. I premi fanno piacere, quello che conta è il lavoro. Qui ho trovato un posto magico dove esprimermi e cercare di fare sempre meglio». 

Per Larossa, nato nel Verbano, figlio di un fotografo che aveva lavorato per La Stampa e da tre anni nel centro di Alba. «la stella è un traguardo, ma è anche un inizio». «La cercavamo, la aspettavamo, ma non era così scontata - racconta ancora emozionato -. Da quando siamo qui, abbiamo trovato un terreno fertile per lavorare. Oggi siamo al settimo cielo».

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

cristina borgogno


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

Il progetto della "Green Line", la pista ciclabile San Lorenzo-Oneglia

LA STAMPA

Imperia

Il 24 convegno sul Bando periferie

Il progetto della ciclabile

sarà visibile in biblioteca

e al mercato di Porto

Il progetto preliminare per la «Green line», la nuova pista ciclopedonale sull’ex tracciato ferroviario tra S. Lorenzo e l’ex stazione di Oneglia, che sfrutta fondi di 18 milioni di euro legato al Bando periferie, verrà ufficialmente presentato agli imperiesi in un incontro nella sala convegni della biblioteca, alle 17,30 di venerdì 24. I rendering con tracciato e «snodi» saranno visibili da lunedì nella ritrovata biblioteca e al mercato coperto di Porto Maurizio, dove a illustrare al pubblico il progetto ci saranno gli studenti dell’Istituto tecnico turistico Hanbury: da lunedì a giovedì al mercato tra le 10,30 alle 12,30, in biblioteca dalle 15,30 alle 17,30. Risponderanno alle domande in base a quanto spiegato a scuola e, in caso non sappiano rispondere, si scriveranno i quesiti. Durante il convegno saranno a disposizione quaderni in cui annotare suggerimenti e osservazioni.

Dice il sindaco Carlo Capacci: «Gli assessori ai Lavori pubblici Guido Abbo e all’Urbanistica Enrica Fresia hanno trascorso i mesi di luglio e agosto nel completamento del progetto, la prima opera di ristrutturazione urbanistica dal 1920 a oggi. In città le strade erano sempre rimaste le stesse, con i tracciati tagliati dal passaggio della ferrovia. Il piano prevede la realizzazione di rotonde e collegamenti». Prosegue l’assessore Abbo: «Spiegheremo alla città cosa intendiamo fare con il bando periferie. La ciclabile da S. Lorenzo a Oneglia è un tronco da cui si dipartono i rami nei punti i cui il mare è più facilmente raggiungibile. Sarà un modo per unire i due rioni principali con la parte centrale. Anche gli ex componenti della maggioranza guidati da Re hanno votato a favore del progetto, vicino alla stesura definitiva. Per il rilascio delle aree abbiamo avuto un valido aiuto dalla Regione. Fondamentale l’apporto dell’ingegner Alessandro Croce e di Floriana e Susanna Raimondo dell’ufficio tecnico. Sarebbe un buon risultato avviare i lavori nei primi dei mesi del 2019. I tempi previsti sono di due anni e mezzo».

Conclude l’assessore Fresia: «I suggerimenti dei cittadini, anche se il progetto ha una base rigida, potranno servire a sviluppare cose che non abbiamo visto o correggere errori. Pannello per pannello saranno anche indicare le intersezioni con le vallate. Gli innesti sono in corrispondenza degli ex passaggi a livello: al Prino, in via Martiri verso Caramagna e verso via Acquarone, all’ex stazione di Porto, nel passaggio verso il Parco urbano, dove il bando consentirà anche la copertura del depuratore, il palazzo rosa vicino al Carrefour alle ex Ferriere, via Trento, l’ex stazione di Oneglia». [e. f.]

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

Se la fiction tv racconta l’incubo di ogni genitore

LA STAMPA

Spettacoli

Se la fiction tv racconta

l’incubo di ogni genitore

Vanessa Incontrada protagonista di “Scomparsa” su Rai 1

storia di una figlia sparita e di un’età complessa che va capita

Scomparsa è l’incubo di qualsiasi genitore. Cresci un figlio, giuri di conoscerne ogni fiato. Era un bimbo adorabile e diventa un adolescente misterioso. Ti addormenti che eri il suo dio, ti risvegli che sei il nemico giurato. Succede, a volte, fino alle più drammatiche conseguenze.

Sprofonda in questo imbuto di dolore il film televisivo in sei puntate Scomparsa da lunedì su Rai 1, coproduzione EndemolShine Italy e RaiFiction, regia di Fabrizio Costa. Vanessa Incontrada è Nora (per un tributo semi-celato all’eroina ibseniana di Casa di bambola), una neuropsichiatra infantile che si è trasferita da Milano a San Benedetto del Tronto, ripresa come una piccola Florida. È una madre single, il papà neppure sa di averla una figlia e ora che la piccola è adolescente, si sente fiera del rapporto che ha creato. Una sera Camilla, interpretata da Eleonora Gaggero, dice una bugia e con la migliore amica sta fuori tutta la notte. Non farà più ritorno a casa.

Ricerca disperata

Aiuta Nora in questa ricerca disperata il vicequestore aggiunto (quant’era bello quando erano semplicemente commissari) Giovanni, che ha il viso di Giuseppe Zeno, padre a sua volta di un bambino abbandonato dalla madre e che tenta il suicidio.

Un po’ Peyton Place e un po’ Twin Peaks, qui si mette in scena non tanto la provincia inconfessabile ma un microcosmo che partecipa, nel bene e nel male, degli accadimenti comuni. «La storia - dice il regista - mescola vari generi, lo zoccolo duro è il thriller ma poi spunta il melò, il family e persino un pizzico di fantasy. Abbiamo attinto a un fatto giudiziario, elaborandolo. Spesso in questi casi le persone coinvolte, disperate, si rivolgono al paranormale come un’ultima spiaggia. È successo per il caso Moro ed è successo per Yara Gambirasio. Abbiamo fatto vedere che una madre come la nostra, razionale, può nel dolore, rivolgersi a una sensitiva».

Vanessa Incontrada è rimasta coinvolta dalla sceneggiatura: «Ci metti tanto del tuo in una storia di questo tipo. Ho pensato a mio figlio che ha solo nove anni e al rapporto che si instaura col tempo. Mi chiedo se sarò in grado di capirlo. Ci scopriamo pieni di lacune». 

Questo è il racconto «della nostra realtà in trasformazione - dicono gli sceneggiatori Peter Exacoustos e Maddalena Ravagli - il cambiamento del ruolo della madre e la crisi della figura patriarcale. Abbiamo guardato alla cronaca e alla nostra esperienza di genitori. Che immagine diamo del mondo ai nostri figli? Come possiamo ripensare l’istituto della famiglia? Quale esempio portiamo e che cosa ci aspettiamo come ritorno? Abbiamo scavato in queste fragilità. Verranno fuori man mano che la storia si dipana, procedendo per flash back, fino a capire che cosa ci ha portati alla sparizione».

Droga, sesso, bullismo, violenza, la provincia ricco borghese e quella più popolare restituite con coloriture diverse per ambientare la vicenda ad alto tasso angoscioso. Personaggi paradigmatici, il rovescio di tante vite fanno da sfondo a un’adolescenza che spinge per cedere all’età adulta senza averne le certezze. Un film corale con un cast che concorre a dipingere un torbido mondo «teen» che lo spettatore pregherà non sia dei loro figli.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

michela tamburrino


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

Per fortuna che Leonardo c’è ( il Salvator mundi da 450 milioni )

LA STAMPAweb

Cultura

Per fortuna

che Leonardo c’è

Bocciati nel calcio, ci consoliamo con il primato nell’arte

per l’opera più cara di tutti i tempi. Stracciato Warhol,

più che la rivincita degli antichi è il trionfo dello star system 

Consoliamoci, non siamo andati ai Mondiali ma almeno nell’arte abbiamo ripreso la medaglia d’oro per l’opera più cara del mondo. E chi se non Leonardo poteva essere il nostro Usain Bolt che in 19 lunghissimi minuti ha frantumato il record delle aste di qualsiasi tipo di arte? Picasso che con i suoi 179,4 milioni di dollari raggiunti nel 2015 sembrava imbattibile, ma anche Cézanne e Gauguin che sul mercato privato si racconta siano stati venduti per quasi 300 milioni di dollari, sono stati distanziati da un’opera che fino a poche ore fa non si pensava nemmeno fosse così in gran forma, se non addirittura dopata. Invece Christie’s, la casa d’aste che l’ha venduta, ha saputo farla giocare nel modo giusto, spostandola dall’arrancante mercato d’arte antica in quello scoppiettante e pieno di celebrità dell’arte contemporanea.

«Purché se ne parli»

La mossa tattica è stata strabiliante e vincente. La fama di Leonardo è stata vendicata. La battaglia nella sala d‘aste è stata dura, anche se poi, arrivati a 350 milioni di dollari, fra tanti «Huuuu» e tanti «Ahhhhha» qualcuno al telefono con un direttore di Christie’s ha tagliato la testa al toro offrendo per il Salvator mundi 400 milioni (che con i diritti d’asta fanno appunto 450,3 milioni) e chiudendo così la partita. Chi sia costui non si sa ancora ma presto sarà noto, perché chi compra l’opera più costosa nella storia del mercato dell’arte vuole che prima ho poi lo si sappia.

Con 450 milioni l’acquirente non si è comprato infatti tanto un Leonardo con molti problemi di conservazione, ma più che altro un record. Chi fa i record vuole farlo sapere, se no che soddisfazione c’è? Il Leonardo da solo, senza questo prezzo e il tam-tam di comunicazione messo in piedi da Christie’s, non sarebbe stato in grado di attrarre tanta attenzione. Per alcuni non era nemmeno Leonardo al 100 per cento. Per Luke Syson, curatore della mostra leonardesca del 2011 alla National Gallery di Londra, il dipinto era autentico, anche se a detta sua solo le mani erano sopravvissute a restauri di ogni genere che lo avevano devastato. Nel 1958, quando apparve per la prima volta sul mercato, fu considerato una copia e venduto per 45 sterline. Sessant’anni dopo e sette zeri in più, e il gioco è fatto, l’autenticità è consacrata. 

Di veri Leonardo all’asta non ne sono mai arrivati. L’ultimo dipinto antico che fece un certo scalpore fu un Rubens, Il massacro degli innocenti, che nel 2002 raggiunse i 76,7 milioni di dollari. Ma oramai da molti anni l’arte moderna e quella contemporanea hanno fatto la parte dei leoni umiliando, per quel che riguarda il mercato, i maestri del passato. Mercoledì sera, prima dell’asta, c’era chi pensava che le Sessanta Ultime cene di Andy Warhol, prese in prestito da quella di Leonardo, avrebbero potuto addirittura essere vendute a un prezzo più alto del Salvator mundi. Non è stato così, anche se hanno comunque raggiunto la cifra di 60 milioni di dollari.

I mercanti dell’arte antica sanno tuttavia che questa è per loro una vittoria di Pirro. Certo un discusso quasi capolavoro di un inimitabile maestro ha spazzato via la concorrenza dei vari Picasso, Modigliani, Basquiat e compagnia bella, ma l’ha fatto solo perché proiettato sul palcoscenico della contemporaneità e della celebrità. Lasciato al suo destino di opera antica, il quadro forse sarebbe potuto persino finire invenduto.

Il Salvator mundi ha beneficiato di un vecchio detto oggi un po’ in disuso, «Parlate di me, basta che ne parliate» - anche se Harvey Weinstein non sarebbe d’accordo. Così è stato. Il critico d’arte contemporanea Jerry Saltz si è lanciato anche un po’ dissennatamente in una campagna contro l’autenticità del dipinto, così come tanti altri, ma non è servito a nulla. Il rumore, la trovata di metterlo in mezzo alla contemporaneità più spinta, l’evento, hanno sovrastato contenuto, qualità e razionalità. Il tutto chiaramente aiutato dal nome dell’autore, Leonardo, che forse potrebbe entrare in competizione in termini di marketing e popolarità solo con Michelangelo e Caravaggio.

Nell’era del branding

Se nell’asta di arte contemporanea avessero buttato anche la più grande opera di altri maestri antichi, non credo proprio ce l’avrebbero fatta a sfangarla. Nemmeno Giotto, secondo me, avrebbe passato il test. C’è chi vede attorno a tutto questo una grande decadenza e negatività. L’arte ridotta a numero, per quanto alto questo sia. In parte è vero. Il valore dell’arte non dovrebbe essere proporzionale al suo prezzo. Ma viviamo nell’era del branding, del lusso e dell’eccesso di celebrità. Inevitabilmente tutto subisce in parte quella che con un termine dotto avrebbe chiamato Weltanschauung, spirito o rincoglionimento dei tempi.

Ma sforzandosi di vedere il bicchiere mezzo pieno, andrebbe ricordato che non troppi anni fa, quando il servizio militare era d’obbligo, in un test di cultura generale che dovevano fare le giovani leve, molti alla domanda «Chi era Leonardo» scrivevano le cose più strampalate, da «il Papa» a «un calciatore famoso». Oggi forse, anche grazie al suo nuovo prezzo al dettaglio, la gente sarà un po’ meno, diciamo, ignorante. Non solo, subito dopo l’opera di Leonardo Christie’s ha provato a vendere un lavoro del fuoriclasse contemporaneo Basquiat con sopra scritto «Il Duce». Nessuno l’ha comprata. Non tutti i marchi, per fortuna, funzionano, poco importa il loro prezzo. Non va infine dimenticato che nelle poche settimane duranti le quali Christie’s ha esposto l’opera più di 27.000 persone si sono messe in fila per vederla La maggior parte di loro sicuramente non intenzionata a considerarne l’acquisto, ma anzi felice che non si dovesse pagare nemmeno il biglietto.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Francesco Bonami



Francesco e il "fine vita" (Luigi La Spina)

LA STAMPA

Cultura

Una mossa

per superare

le ideologie

Una lezione, quella del Papa, sulla quale tutti, laici e cattolici, dovrebbero meditare, perché è, soprattutto, una lezione di grande saggezza.

Il messaggio di Francesco ai partecipanti della World Medical Association sulla controversa questione del «fine vita» ha il merito di scavalcare finalmente appartenenze e ideologie vecchie e inutili, perché superate da conquiste mediche e tecnologiche di un futuro dell’esistenza umana che, insieme, ci affascina e ci inquieta e di affrontare il presente della sofferenza di fronte alla morte con straordinaria concretezza e pietosa umiltà.

Una lezione che dovrebbe indurre, subito, i politici di una legislatura pur agli sgoccioli a un soprassalto di dignità, con la consapevolezza di non poter abdicare ai successori il compito di varare una legge che tanti malati e tanti familiari di malati attendono da troppo tempo e con una insopportabile angoscia. Per una volta, anzi, i tempi molto stretti potrebbero obbligare all’abbandono di pregiudiziali ormai insensate, per raggiungere un accordo che, nella coscienza dell’opinione pubblica, è già ampiamente maturato, attraverso le esperienze drammatiche e struggenti di tante famiglie italiane. 

L’intesa su una realistica e chiara legge sul cosiddetto «fine vita» potrebbe riscattare, almeno in parte, una legislatura certamente non esaltante e restituire un po’ di fiducia, proprio alla vigilia di nuove elezioni, sull’utilità e il significato di un impegno politico che non si esaurisca in una noiosa e sterile lotta per un potere autoreferenziale e lontano dalle più profonde esigenze dei cittadini. Ed è quasi paradossale, ma molto significativo, che partiti e leader, o pseudo leader, possano, forse, essere costretti solo dalla sollecitazione di un Papa coraggioso e autorevole come Francesco, a rinunciare a meschini calcoli elettorali e alla difesa di distinzioni identitarie che gli italiani non riconoscono più.

Eppure, la strada di un accordo è più agevole di quello che un argomento così delicato possa far supporre, se ci si concentra sui compiti di uno Stato laico, uno Stato che non impone un’etica ai suoi cittadini, se non quella del rispetto della loro libertà di coscienza, soprattutto davanti all’ultimo confine dell’esistenza umana. Ecco perché non è lo Stato a cui è affidata l’ultima parola, ma alla persona malata o ai familiari, assistiti da medici competenti e consapevoli della loro primaria funzione, quella di alleviare, finchè è possibile, la sofferenza di chi si è affidato alle loro cure. Senza, come dice il Papa, «abbreviare la sua vita, ma senza accanirsi inutilmente contro la sua morte», perché sostituire funzioni biologiche insufficienti o del tutto mancate non vuol dire assicurare la salute a un malato.

C’è una confusione mentale pericolosa di fronte ai traguardi sempre più sorprendenti della moderna medicina e della più avanzata tecnologia. Quella che la tentazione di applicarle all’uomo non conosca alcun limite, neanche quello della sua natura, che lega indissolubilmente la vita alla morte. Così da trasformare formidabili conquiste al servizio dell’umanità, in totem a cui sacrificarla quella umanità. Col risultato opposto a quello che si vuole ottenere, come è evidente in questi giorni, quello di una sfiducia e di un sospetto generalizzato di molti cittadini per la scienza, considerata succube di interessi economici e indifferente di fronte alle conseguenze di certi esperimenti biologici per la salute e la felicità delle popolazioni su cui si esercitano.

Non è più ammissibile, infine, l’ipocrisia e la pietosa omertà che tutti i giorni e in tutti gli ospedali italiani costringono medici e familiari a nascondere la realtà di quanto avviene negli ultimi giorni e nelle ultime ore di persone senza più alcuna speranza di una vita che sia davvero tale. Uno Stato che obbliga i suoi cittadini, proprio in momenti così disperati, all’umiliazione di una complicità silenziosa per alleviare inumane sofferenze ai propri cari, è colpevole di una viltà che davvero ne mina non solo il rispetto della comunità che dovrebbe rappresentare, ma le ragioni della sua esistenza.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Luigi La Spina


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA

" Ed è accettabile che siano un attore ed un’azienda privata a decidere il nome e poi magari le dimissioni dei suoi ministri?"(Geremicca)

LA STAMPA

Cultura

Quel contratto

che di Maio

non deve firmare

È onestamente difficile, per il momento, valutare l’esito dei «colloqui americani» dai quali è reduce Luigi Di Maio.

Del tutto noto, infatti, era l’obiettivo che ha mosso il «capo politico» dei Cinque Stelle (rassicurare l’amministrazione Usa circa il profilo e i programmi del Movimento); meno chiaro - invece - è se il risultato sia stato effettivamente raggiunto, tanto negli incontri con esponenti politici americani quanto nello scambio di idee col cardinale Parolin, segretario di Stato Vaticano.

Il giudizio sulla missione appena conclusa non può, dunque, che restare sospeso: ma va detto che già il fatto di aver messo in cantiere una simile iniziativa, testimonia almeno due cose. La prima: che il movimento di Beppe Grillo comincia a muoversi col piglio di chi crede davvero in una possibile vittoria. La seconda: che al di là delle minimizzazioni di maniera, i Cinque Stelle riconoscono - nei fatti - di avere un problema che, se non è di «legittimazione estera», riguarda certamente la necessità di chiarire oltre frontiera natura e programmi del Movimento. Averne preso atto è senz’altro un buon segnale: non foss’altro che per il bagno di realismo che tale consapevolezza sembra annunciare.

Si tratta, in fondo, di una possibile, piccola svolta. Ed è proprio nella speranza che il cambio di toni e di passo sia reale e duraturo, che ci sembra utile segnalare al «capo politico» del Movimento Cinque Stelle che un problema di rassicurazione - oltre che di profilo e obiettivi - è assai concreto e presente anche qui in Italia. Non intendiamo porre né un problema di programmi (giusto che siano ancora in via di definizione) né di squadra (che sarà giudicabile solo una volta definita). La questione riguarda altro: e cioè la democrazia e le regole interne al Movimento.

Potrebbe sembrare questione secondaria: e per il tandem Grillo-Casaleggio (o forse, ormai, Casaleggio-Grillo...) fin’ora è stato così. Ma arrivati sulla soglia di Palazzo Chigi, il problema è tutt’altro che trascurabile. È affinché il senso della questione sia chiaro, lo riassumiamo in una semplice domanda alla quale l’onorevole Di Maio non farà fatica a rispondere: il «capo politico» del Movimento è pronto ad annunciare agli elettori (i suoi e quelli di altri partiti) che non firmerà mai un regolamento del tipo di quello che fu imposto a Virginia Raggi, candidato-sindaco della Capitale?

«Le proposte di nomina dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff dei garanti del M5S»; l’eletto «assume l’impegno di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, con decisione assunta da Beppe Grillo o Gianroberto Casaleggio»; «La costituzione dello staff della comunicazione delle strutture di diretta collaborazione politica degli eletti sarà definita da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio in termini di organizzazione e scelta dei membri»; gli eletti «dovranno operare in sintonia con i principi del M5S... e con le indicazioni date dallo staff».

Questo è quel che fu costretta a firmare Virginia Raggi: un codice di comportamento che, oltre a prevedere una multa di 150 mila euro per gli eletti che avessero violato i principi del Movimento, la espropriava di non pochi poteri decisionali. E sia chiaro: non si trattava di regole imposte così per dire, perché dalla scelta dei più stretti collaboratori fino alla nomina di raffiche di nuovi assessori, la longa manus di Grillo e dei Casaleggio si è fatta sentire eccome.

Un tale livello di subordinazione (per altro nei confronti di figure dalla legittimazione democratica assai incerta) era parso già insopportabile nella Capitale d’Italia: è evidente che sarebbe del tutto inaccettabile se applicato al Governo del Paese. Insomma: una volta eletto presidente del Consiglio dal Parlamento, su nomina del Presidente della Repubblica, Luigi Di Maio sarebbe disposto a dimettersi su richiesta di Beppe Grillo e Davide Casaleggio? Sarebbe pronto a far decidere allo «staff» nome e ruolo dei suoi più stretti collaboratori? Ed è accettabile che siano un attore ed un’azienda privata a decidere il nome e poi magari le dimissioni dei suoi ministri?

Ripetiamo, un tale codice (in realtà una somma di diktat) era già difficilmente accettabile riguardo al Comune di Roma: se trasferito a livello del governo nazionale, non solo farebbe a pugni con la nostra Costituzione, ma confermerebbe l’esistenza di seri problemi di democrazia all’interno di un Movimento che pure si candida alla guida del Paese. E dunque: dopo aver tentato di rassicurare l’amministrazione americana, l’onorevole Di Maio è in grado di fare lo stesso con la pubblica opinione italiana? In fondo, non è difficile. Basta dire «io un regolamento così non lo firmerò mai». Anzi: non mi verrà nemmeno proposto...

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Federico Geremicca


Level Triple-A conformance icon, W3C-WAI Web Content Accessibility Guidelines 1.0           Copyright 2017 La Stampa           Bobby WorldWide Approved AAA