mercoledì 26 luglio 2017

"Un 'Insieme' tendente al mai" ( Sorgi)

LA STAMPA

Italia

Il forfait svela

l’autentico

obiettivo

degli scissionisti

È un «Insieme» difficile, tendente al mai, quello tra Pisapia e i bersaniani di «Articolo 1 - Mdp»: dopo quattro giorni di bastonatura mediatica da parte degli scissionisti del Pd, il mite ex-sindaco di Milano, che s’è assunto il compito arduo di riunire le varie anime del centrosinistra che non si riconoscono nel partito dell’ex-presidente del Consiglio, ha fatto saltare l’incontro con Roberto Speranza, accompagnando la sua decisione con una nota durissima in cui dice di non aver tempo da perdere con politici che hanno la testa rivolta all’indietro. Speranza ha abbozzato, cercando di non compromettere del tutto la prospettiva di recuperare una qualche forma di collaborazione con Pisapia, ma lasciando intendere che Mdp è pronto a presentarsi da solo o con Sinistra italiana, altra formazione con cui l’ex-sindaco non ha trovato alcun terreno di intesa.

Pisapia ha assistito con crescente stupore alla gragnuola di pesanti reazioni seguite al suo incontro con la sottosegretaria Boschi alla Festa dell’Unità di Milano: da Bersani a Rossi, allo stesso Speranza, tutti i leader della neonata formazione di sinistra hanno sentito il bisogno di esprimere giudizi su un gesto assolutamente naturale, come quello di due persone che si incontrano ed essendo amiche si salutano abbracciandosi. Ma non si è trattato solo di criticare l’abbraccio, dandogli un significato politico che nessuno dei due protagonisti aveva esplicitato; a un certo punto all’interno di Mdp s’è perfino aperta la discussione sulla qualità dello stesso, se avrebbe potuto essere più o meno caloroso, se fosse stato pensato e preparato, o spontaneo e improvvisato. Il tutto con l’evidente obiettivo di fare un pezzo di campagna elettorale anche contro Pisapia, nel dubbio che alla fine possa finire alleato di Renzi.

Ora, esattamente questa possibilità non è mai stata esclusa da Pisapia, fin da quando s’è messo al lavoro per cercare di riportare il centrosinistra all’unità. Le difficoltà incontrate con Renzi, che di rimettersi d’accordo con i suoi avversari non ha alcuna intenzione, sono niente, rispetto all’avversione mostrata dai bersanian-dalemiani, che tra l’altro sono fieramente contrari al progetto che prevede lo scioglimento di tutte le diverse formazioni in un «campo democratico», fondato sulla disponibilità a smussare le diversità di posizioni. Al dunque, Pisapia ha compreso che l’unico vero obiettivo di Mdp è portare Renzi al più presto alla sconfitta, in modo che si riapra, dentro e fuori il Pd, costi quel che costi, anche il ritorno all’opposizione, la partita della leadership del centrosinistra.

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Marcello

Sorgi



martedì 25 luglio 2017

Sorgi: Il rischio del desiderio di vendette grilline (ndb: che errore accodarsi a Grillo)

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Italia

Il rischio

del desiderio

di vendette

grilline

L

a battaglia contro i vitalizi che riprende oggi alla Camera si concluderà quasi certamente con l’approvazione della legge Richetti, che prevede, non il taglio delle pensioni dei parlamentari, già sforbiciate nel 2012 e ricondotte al metodo contributivo (assegno proporzionale agli effettivi versamenti previdenziali) come quelle di tutti i normali cittadini entrati nel mondo del lavoro dal 1996; piuttosto di quelle degli ex-parlamentari che godevano, appunto, del sistema retributivo, e in qualche caso limitato anche del privilegio di aver ottenuto la pensione dopo pochi mesi o pochi anni di frequenza in Parlamento. Ragione per cui una parte del Pd, che propone la riforma, si oppone, e il Movimento 5 Stelle, quale che sia l’approdo della vicenda, dirà fino all’ultimo che è un imbroglio (anche se non lo è) e che il Pd non aveva davvero intenzione di cancellare i vitalizi.

Ma al di là dei toni della polemica che oppone da tempo il maggior partito di governo e il Movimento risultato primo alle ultime elezioni, l’aspetto interessante di questo passaggio è che punta a mettere alla gogna una categoria in via di scomparsa, anche se non tutta da gettare: appunto, il politico di professione, che nell’era della Prima Repubblica (1948-’93) e all’inizio della Seconda, praticando onestamente (i condannati non riabilitati, anche loro, da tempo sono stati già privati dei vitalizi) e con senso del dovere il mestiere di parlamentare, contribuiva a un funzionamento delle istituzioni certamente meno nevrotico e conflittuale di quello attuale.

Un’epoca in cui si facevano meno leggi, ma quelle che si facevano erano scritte meglio e duravano di più, senza rivelarsi, come oggi accade spesso, inapplicabili, o essere di continuo cancellate dalla Corte costituzionale. E una categoria in cui, certo, erano allineati al gran completo gli eterni gruppi dirigenti dei partiti (la rottamazione non esisteva) ma anche schiere di peones che mandavano avanti il lavoro delle commissioni umilmente ma con una specifica competenza derivata dalla lunga esperienza parlamentare.

Punirli come saranno puniti dal taglio delle pensioni, minimo è opinabile, e avviene in omaggio alla narrazione che identifica senza distinzione i politici in una casta, o stabilisce che non debbano avere altra professionalità che l’obbedienza, al leader e alla rete. Colpisce che tra Pd e 5 Stelle in pratica non ci sia alcuna differenza su questo punto. Consegnare alla storia come mangiapane a tradimento tutti insieme i parlamentari del passato non contribuirà di sicuro ad accrescere il rispetto popolare delle istituzioni. E finirà con l’alimentare il desiderio di ulteriori vendette.

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Marcello

Sorgi


Sposetti: Richetti-Renzi due sprovveduti Bisogna frenare l’antiparlamentarismo

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Italia

“Vitalizi, io dico no al taglio

Politica male necessario”

Sposetti: Richetti-Renzi due sprovveduti

Bisogna frenare l’antiparlamentarismo

Lei mi chiede se Berlinguer avrebbe approvato il taglio dei vitalizi? Ma suvvia! Dico solo che lui ha sempre difeso la democrazia e le istituzioni». Ugo Sposetti, senatore da cinque legislature, ex tesoriere dei Ds, alla fine di una lunga chiacchierata non si tiene più: «Sono curioso di vedere se questa volta i compagni che hanno dato vita ad un altro movimento politico, e che continuamente mi chiedono che ci sto a fare nel Pd, si troveranno a votare insieme a Renzi. Voglio proprio vedere». E se il chiodo fisso che assilla questo dirigente di altri tempi è il danno alle istituzioni repubblicane che si sta producendo, il suo bersaglio a questo punto sono «questi quarantenni sprovveduti», tra cui annovera non solo Matteo Richetti e tutti quelli che firmano la legge, ma anche Matteo Renzi.

Sposetti sbaglia il segretario a sfidare i grillini sul loro terreno? «Sì, Renzi continua a sbagliare e fa danni a se stesso, al Pd e al paese. Noi dobbiamo bloccare il forte antiparlamentarismo che sento, sia nei ragionamenti dei 5Stelle sia del gruppo dirigente ristretto del Pd. E quindi protesto e sento anche il dovere di alzare la voce, perchè io non vedo in questi ultimi mesi riflessioni che portano a valori». Ha letto il libro di Renzi? «Sì e sul partito leggo che vuole trasformare le sezioni in bocciofile e società di mutuo soccorso, che per inciso, erano pure quelle della prima massoneria». Insomma è perplesso. «I valori e gli interessi fondamentali che vanno tutelati oggi penso che siano la democrazia e il Parlamento». Difendete i diritti acquisiti, ma molte leggi hanno cambiato le regole ai lavoratori che volevano andare in pensione, o no? «Il punto dei diritti acquisiti è che solleverà un mare di ricorsi. Si apre una voragine, un tunnel che porterà a ricalcolare la pensione a milioni di lavoratori: l’opinione pubblica dovrebbe capirlo e non godere per i tagli a questo o quel vecchio parlamentare. Rincorrono qualche centinaio di persone per farsi del male da soli. E domando: cosa è successo in questi tre anni che non ci sono più i rimborsi elettorali, anche grazie alle campagne di voi media? M5S continua la sua marcia verso palazzo Chigi, ha insediato due sindaci a Roma e Torino. E c’è la cassa integrazione e il licenziamento dei lavoratori dei partiti». Ma lei quanto prenderà di pensione? E quanto perderebbe con la legge Richetti? «Guardi, non lo so e non me lo faccio fare il conto. Perchè quando ho lasciato le ferrovie per andare a lavorare come funzionario del Pci a Viterbo non mi sono chiesto quale sarebbe stato lo sviluppo della mia carriera. Seppi subito che lo stipendio era molto più basso di quello da ferroviere. Non mi vergogno del lavoro in difesa dei partiti e dell’istituzione. E se il senso comune è un altro io lo combatto». Ma forse i giovani dirigenti del suo partito sono più in sintonia con il comune sentire. O no? «Io non capisco questi quarantenni che non difendono il Parlamento. Renzi ha fatto approvare la legge sulla legittima difesa e poi si sono pentiti. Ha fatto un accordo per legge elettorale ed è scomparsa pure quella. Sono degli sprovveduti, quello che mi spaventa è questo, l’improvvisazione senza pensare a cosa succede dopo, agli ostacoli. La politica, come disse Hannah Arendt, non è altro che un male necessario alla sopravvivenza dell’umanità». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

carlo bertini


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lunedì 24 luglio 2017

la convivenza possibile fra uomo e orso (R. Messner)

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Cultura

la convivenza possibile

fra uomo e orso

È una questione di equilibrio. Ci sono troppi orsi. E l’orso è animale potente che ha bisogno di un proprio habitat, quindi di grandi aree. Non va certo a caccia dell’uomo ma se si sente minacciato può diventare pericoloso. Se aggredisce, allora bisogna fare qualcosa. Ci vogliono la scienza e la politica. L’etologo dica quanti orsi possono vivere in una determinata superficie abitata anche dall’uomo e il politico decida di conseguenza. Spetta alla politica far diventare realtà il necessario equilibrio. L’orso ha una forza spaventosa, più di dieci uomini e quando la sua vita incrocia troppo da vicino la nostra occorre decidere il da farsi.

Sono contrario al pensiero estremo, a quello che possiamo definire un fondamentalismo ambientale che indica priorità a orsi e lupi rispetto all’uomo. 

C’è chi addirittura sostiene che occorre mandare via l’uomo e tutelare i selvatici. Non ci siamo. È come il presidente Trump che dice: «Prima di tutto l’America». No, in qualsiasi caso prima di tutto l’uomo. Per questo insisto sull’equilibrio. Non parlo di uccidere, ma di limitare sì. Ci vuole un numero di sicurezza per orsi e lupi, di modo che non costituiscano un pericolo per l’uomo e le greggi. Gli esemplari in eccesso vengano catturati e portati in zone che possano accoglierli. Quando si va in Nepal o in Buthan si fa attenzione agli incontri con gli orsi perché sono territori molto vasti e poco popolati, quindi si è più attenti, avvertiamo maggiore timore. Da noi sulle Alpi, dove l’uomo ha popolato vaste zone questa paura diminuisce. E poi c’è il turismo, i rifugi, i sentieri ben tenuti, l’aumento di persone che frequentano la montagna. Turismo e orsi non vanno d’accordo, inutile girarci intorno.

Sono appena tornato dal Caucaso dove vivono parecchi orsi ma in territori in cui l’incontro con l’uomo è molto raro. In Trentino e in Alto Adige l’uomo vive in zone dove un tempo c’erano orsi e lupi. Chiediamoci il perché cent’anni fa i nostri avi hanno cacciato l’orso. Forse che la pecora non deve essere amata quanto un lupo? Un branco di lupi può ucciderne a decine in una sola notte. In Alto Adige, così come in altri territori alpini, ci battiamo da anni per il ritorno dell’agricoltura, perché esista un presidio produttivo sul territorio. Non si può vivere nel paradosso di combattere lo spopolamento della montagna e nello stesso tempo sostenere un ritorno non regolato di orsi e lupi. 

Il fondamentalismo ragiona come quel bimbo che tiene accanto a sé per dormire l’orsacchiotto di peluche. Ma gli orsi in natura non sono di peluche e hanno bisogno del loro spazio. E non possiamo concedergli il nostro, mettendo in secondo piano attività come agricoltura e turismo. Convivenza da calibrare perché non ci sia motivo di pericolo per l’uomo e il giusto habitat per gli animali.

Reinhold Messner


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giovedì 20 luglio 2017

«Alla Bbc un terzo degli stipendi milionari Rai»

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Italia

Anzaldi attacca

«Alla Bbc un terzo degli stipendi milionari Rai»

«Oggi la Bbc ha pubblicato l’elenco degli stipendi percepiti dai suoi conduttori. Quello che più salta agli occhi confrontandolo con le cifre ufficiose Rai apparse in modo semi-clandestino sui media italiani è che i contratti sopra il milione di euro stipulati dalla regina delle compagnie pubbliche sono un terzo rispetto alla Rai: 2 contro 6. Ci sono più milionari in Rai che alla Bbc». È quanto scrive su Facebook il deputato del Partito democratico e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi.


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venerdì 7 luglio 2017

Sempre più scarso e inquinato Così l’oro blu scatenerà i conflitti (Mercalli)

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Italia

Sempre più scarso e inquinato

Così l’oro blu scatenerà i conflitti 

La qualità si sta degradando e la potabilizzazione è un costo

Servono investimenti infrastrutturali e piani di accumulo

Di acqua sul pianeta ce n’è tanta e salata, ma il problema sta nella piccola frazione di quella dolce che possiamo utilizzare per usi civili, agricoli, industriali e ricreativi: meno dell’uno per cento. 

Fortunatamente non si consuma, è costantemente rinnovata dal ciclo dell’evaporazione e delle precipitazioni, ma è la sua qualità che si sta sempre più degradando: usiamo acqua pura e la restituiamo sporca. Una parte dell’inquinamento è biodegradabile ma vi sono migliaia di composti chimici di sintesi, tossici e persistenti, che da meno di cent’anni hanno iniziato a impestare tanto i ghiacciai polari quanto le falde profonde. Le “chiare fresche et dolci acque” che Petrarca cantava nel 1340 sono ormai rare, e tocca spendere sempre maggior impegno, tecnologia ed energia per potabilizzare e depurare l’acqua che fluisce nelle nostre case. Tutto questo porrebbe già una sfida di mantenimento, se non ci fosse pure il cambiamento climatico a sparigliare le carte: con l’aumento di temperatura atteso nei prossimi decenni, anche a parità di precipitazioni, l’evaporazione cresce e così pure i consumi d’acqua. 

Ma se cambierà anche il percorso delle perturbazioni atmosferiche, allora pure la distribuzione mensile e la quantità di pioggia e neve potranno cambiare. Il Mediterraneo è molto sensibile a queste variazioni, un “hot-spot” climatico: se l’Accordo di Parigi non venisse rispettato, le temperature estive della pianura padana potrebbero aumentare anche di 6-8 gradi a fine secolo, e le piogge ridursi del 30-50 percento, uno scenario che porterebbe i campi di mais lungo il Po a trasformarsi in un’arida piana pakistana. I sempre più accurati modelli di simulazione del clima lo ripetono invano da anni, come lo studio “Hydrological simulation of Po River discharge under climate change scenarios” apparso su “Science of The Total Environment” a firma dei ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, con buona pace delle sparate negazioniste dell’ultraottuagenario Zichichi. I primi sintomi del cambiamento climatico li stiamo osservando già ora: in Italia nell’ultimo secolo la temperatura è salita di 1,5 °C, i ghiacciai alpini si sono dimezzati e ogni anno perdono oltre un metro di spessore, la neve – vera riserva idrica di Alpi e Appennini – fonde con oltre due settimane di anticipo rispetto a trent’anni fa, privando i fiumi di acqua proprio d’estate, quando ne avrebbero più bisogno. A partire dal 2003 le estati italiane si sono arroventate e mettono sotto stress idrico vaste aree del paese, come sta accadendo ora nel piacentino dove negli ultimi 12 mesi sono caduti appena 420 mm di pioggia, metà del normale, e praticamente pari merito con il minimo assoluto di 413 mm del luglio 1883–giugno 1884, ma allora faceva più fresco e si usava meno acqua! Le strategie di mitigazione e adattamento al riscaldamento globale devono dunque essere messe in atto prima possibile, soprattutto nel settore idrico dove gli investimenti infrastrutturali sono consistenti e necessitano di tempi lunghi per essere realizzati. 

Dovremo programmare un più efficace accumulo dell’acqua per uso agricolo e potabile nelle stagioni invernale e primaverile, quando piove e nevica in montagna, attraverso invasi piccoli e grandi, accoppiati alla produzione di energia idroelettrica con pompaggio, così da immagazzinare acqua nei momenti di esubero di produzione fotovoltaica e turbinarla quando ve ne è richiesta. Dovremo mantenere zone di salvaguardia assoluta delle falde di buona qualità per evitare inquinamenti da fitofarmaci, solventi industriali, percolati di discarica. Dovremo contenere le perdite delle reti idrauliche e introdurre sistemi di efficienza nella distribuzione dell’acqua, nonché cisterne per la raccolta di acqua piovana destinata a usi meno nobili del potabile, come l’irrigazione degli orti e gli sciacquoni dei wc (lasciando perdere il prato all’inglese e il lavaggio dell’auto, che quando di acqua ce n’è poca possono aspettare). E poi un grande investimento culturale e politico per prevenire i conflitti, che inevitabilmente sorgeranno quando l’acqua sarà meno abbondante e tutti la pretenderanno. Si chiama resilienza e bisogna costruirla prima dell’emergenza, dopo sarà tardi.

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luca mercalli


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Minoranza dem maltrattata Ma il ribaltone non è possibile (Sorgi)

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Minoranza dem

maltrattata

Ma il ribaltone

non è possibile

Alla direzione del Pd in cui si doveva discutere del magro risultato elettorale del centrosinistra nel primo appuntamento con le urne dopo il congresso, Renzi ha maltrattato la minoranza capeggiata dal ministro di Giustizia Orlando e ha avuto parole dure anche per quello della Cultura Franceschini, formalmente, ma solo formalmente ormai, suo principale alleato congressuale, ma di fatto collocatosi a metà tra maggioranza e minoranza.

Se esistessero ancora i partiti e se il Pd non fosse ormai una sorta di comitato elettorale renziano, si sarebbe potuto dire che dopo la sconfitta dell’11 giugno, si stanno creando le condizioni per un ribaltone della segreteria. Ma non è così. Sia nella relazione che nella replica (quest’ultima molto più dura) Renzi ha ricordato a tutti che è stato appena eletto in una tornata di primarie a cui hanno partecipato quasi due milioni di elettori: ed è a loro, non ai capicorrente, che il segretario intende rispondere, mobilitandoli personalmente per la nuova campagna elettorale, e soprattutto scegliendosi i candidati al di fuori della spartizione percentuale adoperata le volte precedenti, e a mala pena mascherata l’ultima volta con una finta tornata di “parlamentarie”.

Quanto alle alleanze, all’Ulivo e all’Unione, che in verità sono stati evocati come spettri anche da quelli che li considerano ancora una prospettiva possibile, Renzi, ormai proiettato in una logica proporzionale, ragiona solo in termini di Pd, farà la campagna per il Pd, è convinto che il Pd alle politiche possa rimontare, e i conti veri vuol farli solo alla fine. Non perché tenga nascosta la carta di un nuovo accordo di governo con Berlusconi, che ha esplicitamente smentito, ma perché punta a far arrivare primo il suo partito per poter dare le carte dopo il voto.

Pur condiviso dalla maggioranza renziana blindata della direzione (e Franceschini, benché in dissenso, ha evitato di contarsi e ha votato insieme ai suoi la relazione), un programma del genere spaventa. Anche nelle file renziane, insomma, ci si chiede cosa succederebbe se la presa elettorale di Renzi, com’è già accaduto dal referendum costituzionale in poi, dovesse rivelarsi meno forte del previsto e, dopo essersi tagliato tutti i ponti alle spalle, il Pd si ritrovasse all’indomani delle elezioni senza un piano B e soprattutto con la concreta possibilità di finire all’opposizione, in mancanza di alleanze e in presenza di un centrodestra tornato in buona salute. Per questo, la direzione di ieri, come tutte quelle da tre anni a questa parte, avrà sicuramente un secondo tempo.

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Marcello

Sorgi


Si è spento lo streaming (Mattia Feltri)

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Italia

Si è spento lo streaming

La politica si risveglia

dall’illusione reality show

Dopo la marcia indietro dei Cinque Stelle anche il Pd 

abbandona la trasmissione in diretta della direzione

Lo streaming se n’è andato in una stagione, come «Vamos a la playa» quando eravamo giovani, e come se ne andrà «Despacito» adesso che i giovani sono altri. La casa di vetro non era l’archiettura virtuale della politica post ideologica e pura, era soltanto l’equivalente propagandistico del tormentone estivo: ci si balla sopra qualche sera, e poi evapora senza lasciare che un ricordo. Ieri anche il Partito democratico di Matteo Renzi ha abbandonato la trasmissione in diretta online della direzione. Lo si è deciso così, senza una ragione ufficiale, e per cui appartiene al pettegolezzo l’ipotesi secondo cui si sia pensato di non offrire il millesimo spettacolo pubblico di un partito passato dalla centralità alla rivalità democratica, esercitata secondo le sacre regole della rissa. Un peccato proporre un’immagine del genere, quando negli altri partiti ci si accoltella ugualmente, ma col favore del buio. 

Il Movimento cinque stelle, che su certi temi si muove con la scaltrezza della vecchia volpe, lo streaming lo ha abolito presto e senza nemmeno dare nell’occhio. Lo ha abolito subito, per la verità. Fu una bella festa sadomaso l’incontro dei primi due capigruppo a cinque stelle, Vito Crimi per il Senato e Roberta Lombardi per la Camera, col presidente del consiglio in pectore, Pierluigi Bersani, che davvero credeva di ingolosire gli scardinatori di scatolette di tonno. Ma, nelle riunioni che contavano, quelle fra di loro, per decidere strategie e disposizioni in campo, i grillini tenevano già la porta chiusa. Giustamente. Perché il resto è spettacolo, intrattenimento, lo furono (un po’ meno fruttuosi per il Movimento) i vis-à-vis con Enrico Letta e con Renzi, dove fu subito chiaro che l’esigenza della limpidezza finiva col cedere sotto l’esigenza della recita. Non c’è modo più efficace di rendere un’immagine adulterata di sé che renderla al popolo. Lo sanno bene i cronisti parlamentari: quando la seduta è data in diretta tv, onorevoli solitamente letargici si risvegliano a nuova vita e si innalzano sulle barricate della rettitudine, per gridare al mondo (e agli elettori) la loro indomabile estraneità al sistema.

Ma la politica è altro. E per fortuna è rimasta una promessa buttata lì, al culmine della sbornia, quella di Virginia Raggi, che nel luglio di un anno fa garantì a breve la trasmissione in streaming delle sedute di giunta. Non è mai successo, grazie al cielo. La tecnica del Grande fratello (quello di Endemol, non quello di Orwell) vale per il reality show, non per la trattativa politica. Provate voi a risolvere i problemi con vostra moglie in diretta tv. La politica deve essere margine di manovra, compromesso, cioè compromesso al ribasso ché quello al rialzo non è dato dalle leggi matematiche, deve essere libertà di incursione nella zona grigia, deve essere persino l’indicibile in nome di un vantaggio non evidente o non immediato. Se Abraham Lincoln avesse negoziato l’abolizione della schiavitù in tempo reale sugli schermi di Facebook, nei campi di cotone dell’Alabama ancora schioccherebbe la frusta.

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mattia feltri


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mercoledì 5 luglio 2017

"Raiolitudine"

LA STAMPA

Prima Pagina

I conti del ragioniere

Sintesi delle ultime due giornate di Gigio Donnarumma, portiere diciottenne della nazionale: lunedì ha rinnovato il contratto col Milan, prenderà sei milioni all’anno per cinque anni, cifra che lo stesso Milan settimane fa definiva immorale, più un benefit, l’assunzione del fratello ventisettenne Antonio che sarà portiere di riserva a un milione l’anno, forte di un curriculum da una presenza in serie A; ieri il giovane Gigio è volato a Ibiza saltando l’esame di maturità, previsto per oggi, e che con bolla ministeriale aveva già rinviato per disputare gli europei under 21. Il contratto è stato negoziato grazie ai servigi di Mino Raiola, manager di rara abilità: i suoi migliori assistiti cambiano club a prezzi altissimi e ottengono ingaggi da sultani. Spiace un po’ per il direttore dell’ufficio scolastico di Vigevano che attendeva Donnarumma con «un grande in bocca al lupo». Che vale anche adesso, e a maggior ragione, sebbene ci siano in giro diciottenni con talento e futuro leggermente più nebulosi. Perché è tutto perfetto, impeccabile, a norma, lo stipendio è giustificato dal mercato (quello al fratello un po’ meno), e non sarà un diploma da ragioniere a semplificare la vita al neomilionario. E però tutta questa vicenda sa di raiolitudine, neologismo per indicare una misura della vita puramente contabile. E non lo si dice per il denaro ma per l’esame: era un impegno che Gigio aveva preso con la scuola e con sé, indipendentemente dal reddito. Onorarlo sarebbe stata una prova di maturità, pure se non l’avesse conseguita.

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Mattia Feltri


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venerdì 30 giugno 2017

Da Torino a Genova, il nuovo potere governa il business di energia e rifiuti

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Italia

Da Torino a Genova, il nuovo potere

governa il business di energia e rifiuti

Il Pd perde il controllo di Iren. Gli scenari del patto Appendino-Bucci 

Il primo effetto collaterale delle elezioni amministrative sulla mappa del potere italiano si misura in quattro lettere: Iren. È il nome dell'azienda multiservizi (energia, gas, acqua e rifiuti) nata nel 2010 come frutto delle fusioni delle municipalizzate di Genova, Torino e dei Comuni emiliani (Reggio Emilia, Parma, Piacenza). Tutti a guida Pd. Un gigante che ha chiuso il 2016 con quasi 3,3 miliardi di ricavi e 147 milioni di utile netto. Ma anche una macchina di potere che garantiva ai Comuni azionisti (e al partito dante causa) dividendi preziosi per bilanci traballanti (quest’anno 26,5 milioni a Genova e Torino), sponsorizzazioni milionarie per attività sociali e culturali, centinaia di nomine nei consigli di amministrazione delle controllate.

Iren è oggi il terzo operatore nazionale per fatturato. Negli anni scorsi (quando la perdita di Torino, Genova, Piacenza e Parma per il Pd era considerata più improbabile di uno scudetto del Leicester), una parte del Pd immaginava che Iren fosse il player da cui partire per costruire - con ulteriori aggregazioni - un campione nazionale nel settore. Fassino da sindaco di Torino aveva parlato del «più grande progetto di politica industriale che si può attivare in Italia».

La governance di Iren è sempre stata chiara. Un patto con tre contraenti: Torino, Genova e Reggio Emilia come capofila dei Comuni emiliani. Tutto - nomine, holding, aziende controllate, management, - è diviso con criteri rigorosi. Qualche anno fa fu addirittura stilato un protocollo per le sponsorizzazioni sui territori: 4 milioni a Torino, 4 a Genova, 4 alle città emiliane. Torino esprime il presidente, Reggio Emilia il vicepresidente, Genova l’amministratore delegato della holding. Così le ultime nomine, poco prima delle elezioni del 2016, targate Pd.

Conquistato il Comune di Torino, Chiara Appendino non ha messo in discussione quell’equilibrio. Due dei tre contraenti rimanevano al Pd. Ma ora è caduta anche Genova, nelle mani del centrodestra. Al Pd resta solo Reggio Emilia, che per ragioni statutarie e azionarie è il contraente debole e per giunta in Emilia deve fare i conti con Piacenza, passata al centrodestra dopo 15 anni.

Tutti i principali operatori del settore (la lombardia A2A, la bolognese e romagnola Hera, la romana Acea) negli ultimi anni hanno lavorato come Iren su acquisizioni di aziende locali per consolidare le posizioni nelle rispettive aree di influenza. Management e azionisti di Iren targati Pd avevano messo in cantiere l’acquisizione di Amiu, scassata azienda rifiuti genovese in mano al Comune. Ottima operazione industriale: Amiu ha i rifiuti ma non sa dove smaltirli, Iren ha gli impianti ma non i rifiuti. Per tre volte la delibera è stata stoppata in Consiglio comunale. Pezzi di sinistra hanno giocato di sponda con centrodestra e M5S, schierati in difesa della «genovesità» dell’azienda e contro il sistema di potere del Pd. Il tema è stato decisivo anche in campagna elettorale. Il centrosinistra è stato accusato di voler svendere un patrimonio della città.

Marco Bucci, nuovo sindaco di centrodestra, è un manager. La sua prima partita è questa. Entro fine luglio deve decidere che cosa fare del dossier. Può archiviare definitivamente la fusione, ma in tal caso deve trovare 13 milioni per salvare l’Amiu (l’alternativa è un pesante aumento della tassa sui rifiuti). Può cercare altre alleanze, per esempio bussando alla lombardia A2A, pure essa dotata di impianti e non insensibile all’idea di contendere a Iren la supremazia nel Nord-Ovest. Oppure può riaprire il dialogo con Iren di cui è azionista primario, mettendo sul piatto anche la scelta dal management. Quello in carica ha ancora due anni di mandato, ma riflette un patto di controllo sotto l’egida del Pd che non esiste più. Se Bucci e Appendino vogliono ribaltarlo, dovranno agire di conserva. E stabilire un nuovo patto, inedito, per gestire un business miliardario e strategico. Con le nomine romane di Acea (tutt’altro che ostili ai soci privati: i francesi di Suez e il costruttore romano Caltagirone), Casaleggio ha dimostrato di essere molto interessato a entrambi. Il business e gli accordi strategici.

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giuseppe salvaggiulo


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Giornalisti, manager e imprenditori così Casaleggio tesse la sua tela a Nord

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Italia

Giornalisti, manager e imprenditori

così Casaleggio tesse la sua tela a Nord

L’obiettivo è di spingere sull’autonomia fiscale per garantirsi il consenso 

Lega e M5S: forza popolare o deriva populista». Nel titolo dell’incontro di Garda la parola «forza» declinata al singolare evoca subito convergenze e (forse) future alleanze. 

È vero che i panel erano separati, come si sono affrettati a precisare molti nel Movimento 5 Stelle anche per zittire le voci critiche di chi nel gruppo parlamentare già lamenta un eccessivo dialogo con la Lega Nord. Ma sta di fatto che la serata con il grillino Luigi Di Maio e il leghista Giancarlo Giorgetti segna un’ulteriore tappa nell’avvicinamento tra i due partiti classificati sotto l’etichetta «populisti», che da mesi si strizzano l’occhio a distanza. In ordine: euro, migranti, ius soli, referendum sull’autonomia fiscale in Lombardia e Veneto. Questi sono i temi che li avvicinano. Se è solo scena, convenienza o tattica, dietro la quale non c’è alcuna speranza concreta di vedere seduti allo stesso tavolo Di Maio e Salvini, lo diranno i prossimi mesi, anche a seconda di quale legge elettorale ci sarà. Per adesso, però, è certo che la strategia di Davide Casaleggio guarda a Nord. Come la rete di relazioni che, convegno dopo convegno, il rampollo del fondatore del M5S sta costruendo per provare a pescare voti in quelle aree produttive delle regioni settentrionali dove i 5 Stelle risultano più deboli. Relazioni che arrivano a sfiorare mondi e conoscenze in comune con il Carroccio. Come Arturo Artom, imprenditore che ha portato nello stesso salotto Casaleggio e il governatore lombardo Roberto Maroni, e volto in quota M5S di una categoria che spera nell’autonomia fiscale sponsorizzata dall’asse grillo-leghista. 

In politica non esistono le coincidenze e non è un caso che a Garda ci sia stata una riproposizione in piccolo della convention «Sum01 - Capire il Futuro» organizzata a Ivrea da Casaleggio in ricordo del padre. A dialogare con Di Maio è stato Gianluigi Nuzzi, giornalista Mediaset e marito di Valentina Fontana, amministratrice della Visverbi srl, l’agenzia di comunicazione che ha organizzato la serata di ieri e la giornata di metà aprile a Ivrea di cui proprio Nuzzi è stato il presentatore. Altri nomi in comune tra i due eventi sono: Gianpiero Lotito, fondatore di Facility Live, la start-up anti Google, uno che ad ascoltarlo fa impazzire di gioia Casaleggio jr; la psicologa Maria Rita Parsi e il conduttore Gianluigi Paragone. 

Se c’è una categoria che fa sorgere sentimenti al limite dell’odio antropologico a Casaleggio sono i giornalisti. Con le dovute eccezioni. Paragone è una di queste. Giornalista che fu leghista, dopo essere entrato in quota Carroccio alla Rai ne è uscito per indossare a La Gabbia su La7 i panni più rockettari e antisistema, adatti alla politica al tempo del grillismo. Nella sua trasmissione dove si parla di banche, migranti, lavoro c’è sempre spazio per i 5 Stelle, con somma gioia di Rocco Casalino che smista i parlamentari da un talk show all’altro. Dove c’è Casaleggio poi c’è Nuzzi. «Ma non chiamatemi grillino - dice lui - Io faccio il giornalista, e non devo avere un’identità politica. A Casaleggio padre mi legava un’amicizia nata ai tempi in cui sul blog di Grillo uscirono articoli sul mio libro Vaticano Spa. Ci siamo conosciuti e ci siamo confrontati, in maniera libera». Molti degli invitati, spiega Nuzzi, sono presenti in entrambe le locandine, di Ivrea e di Garda, perché sono «amici» suoi e della moglie. 

Tutta l’attenzione però è stata calamitata da Di Maio e Giorgetti, accomunati da un’insistente campagna sullo stop ai migranti. È di ieri l’ultima sentenza del blog di Grillo «Matteo Renzi è politicamente responsabile del disastro immigrazione. Con il suo governo è entrata in vigore l’operazione Triton che autorizza le navi di 15 Stati europei a portare i migranti solo in Italia». Toni che fino a qualche mese fa avremmo sentito in bocca a un leghista. Ma in attesa delle alleanze (se ci saranno) basterebbero le parole di Alessandro Di Battista a Otto e mezzo a dare l’idea che una certa simpatia, costruita magari sulla base di un nemico comune, c’è: «Noi facciamo vincere la destra? Pur di votare il Pd i cittadini voterebbero qualunque altra cosa». 

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ilario lombardo


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“Prove di un possibile governo con appoggio esterno del Carroccio”

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“Prove di un possibile governo

con appoggio esterno del Carroccio”

D’Alimonte: ma i grillini sbagliano a cercare i voti di destra al Nord

«Le dico subito che io non credo nell’alleanza formale tra M5S e Lega, tipo un governo Di Maio-Salvini». Roberto D’Alimonte, politologo e massimo esperto di sistemi elettorali, guarda ai possibili scenari che le convergenze di queste ultime settimane sembrano disegnare.

Perché esclude un governo di maggioranza Lega-M5S? «Perché su un’ipotesi del genere il M5S si spaccherebbe. È vero che è un Movimento in evoluzione, nato a sinistra si è spostato verso destra. Ma è anche il vero “partito della nazione”, per sua natura trasversale. Le cinque stelle del simbolo sono tuttora battaglie di sinistra. Se andasse solo a destra perderebbe pezzi del suo elettorato». Ma in cambio guadagnerebbe voti da destra... «Ma perché l’elettore di destra a Nord dovrebbe votare il M5S se si appiattisce su posizioni lepeniste già incarnate da Salvini? Sui temi dell’immigrazione il leader della Lega è più credibile di Grillo. Lo spazio del M5S a destra è al Sud. Ma è una destra diversa, la definirei ribellista. E lei pensa che questa destra meridionale che andrà a ingrossare il prossimo gruppo parlamentare possa fare un governo con un partito che nello statuto ha ancora la secessione della Padania?». La strategia di Grillo e Casaleggio, come si è visto su immigrati e rom, punta a Nord, però, dove il voto nelle città ha dimostrato che il M5S è più debole.«Ma a Nord c’è la Lega. Così facendo, il M5S perde quell’elettorato di sinistra del Nord che è il suo elettorato originario e che non credo possa sostituire con un altro che è naturalmente orientato verso Salvini» Casaleggio sta sbagliando, dunque, a puntare sul mondo imprenditoriale del Nord per rubare voti a Berlusconi e a Salvini? «Io, da studioso, vedo venir fuori le contraddizioni di un partito che all’opposizione può vivere di rendita con le battaglie anti-corruzione e anti-establishment, ma quando si candida al governo e deve fare scelte concrete rischia di perdere il suo appeal trasversale. Basta vedere cosa hanno fatto sullo ius soli e, prima, sulla stepchild adoption. Si sono astenuti, per non scontentare nessuno». E allora come legge i segnali inequivocabili di un corteggiamento Lega-M5S?«Penso che il M5S stia facendo le prove generali di un possibile governo di minoranza con appoggio esterno della Lega. Per ottenere la fiducia proporrà un programma con molti punti di contatto con il Carroccio. Il problema però è che i 5 Stelle sperano che la Lega accetti senza pretendere in cambio posti di governo. Al massimo potrebbero essere disposti a includere qualche personalità indipendente vicina alla Lega. A quel punto il pallino sarebbe nelle mani di Salvini e io non credo accetterebbe. Questi annusamenti reciproci sono una finzione, uno dei tanti giochi incrociati a cui assistiamo». In che senso? «Salvini parla con il M5S sapendo che non potrà avere un’alleanza organica per mettere un po’ di paura a Berlusconi. Ha imparato a giocare su due tavoli. Come tutti. Berlusconi lo fa con Salvini e Renzi. E Renzi con Berlusconi e Pisapia». E i 5 Stelle? «Non possono giocare su due tavoli ma con questa legge elettorale, non raggiungendo il 40%, hanno la necessità di far credere agli italiani di poter andare al governo perché la Lega li appoggerebbe. Un’altra finzione». [ i. lomb.] BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


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