venerdì 30 giugno 2017

Da Torino a Genova, il nuovo potere governa il business di energia e rifiuti

LA STAMPA

Italia

Da Torino a Genova, il nuovo potere

governa il business di energia e rifiuti

Il Pd perde il controllo di Iren. Gli scenari del patto Appendino-Bucci 

Il primo effetto collaterale delle elezioni amministrative sulla mappa del potere italiano si misura in quattro lettere: Iren. È il nome dell'azienda multiservizi (energia, gas, acqua e rifiuti) nata nel 2010 come frutto delle fusioni delle municipalizzate di Genova, Torino e dei Comuni emiliani (Reggio Emilia, Parma, Piacenza). Tutti a guida Pd. Un gigante che ha chiuso il 2016 con quasi 3,3 miliardi di ricavi e 147 milioni di utile netto. Ma anche una macchina di potere che garantiva ai Comuni azionisti (e al partito dante causa) dividendi preziosi per bilanci traballanti (quest’anno 26,5 milioni a Genova e Torino), sponsorizzazioni milionarie per attività sociali e culturali, centinaia di nomine nei consigli di amministrazione delle controllate.

Iren è oggi il terzo operatore nazionale per fatturato. Negli anni scorsi (quando la perdita di Torino, Genova, Piacenza e Parma per il Pd era considerata più improbabile di uno scudetto del Leicester), una parte del Pd immaginava che Iren fosse il player da cui partire per costruire - con ulteriori aggregazioni - un campione nazionale nel settore. Fassino da sindaco di Torino aveva parlato del «più grande progetto di politica industriale che si può attivare in Italia».

La governance di Iren è sempre stata chiara. Un patto con tre contraenti: Torino, Genova e Reggio Emilia come capofila dei Comuni emiliani. Tutto - nomine, holding, aziende controllate, management, - è diviso con criteri rigorosi. Qualche anno fa fu addirittura stilato un protocollo per le sponsorizzazioni sui territori: 4 milioni a Torino, 4 a Genova, 4 alle città emiliane. Torino esprime il presidente, Reggio Emilia il vicepresidente, Genova l’amministratore delegato della holding. Così le ultime nomine, poco prima delle elezioni del 2016, targate Pd.

Conquistato il Comune di Torino, Chiara Appendino non ha messo in discussione quell’equilibrio. Due dei tre contraenti rimanevano al Pd. Ma ora è caduta anche Genova, nelle mani del centrodestra. Al Pd resta solo Reggio Emilia, che per ragioni statutarie e azionarie è il contraente debole e per giunta in Emilia deve fare i conti con Piacenza, passata al centrodestra dopo 15 anni.

Tutti i principali operatori del settore (la lombardia A2A, la bolognese e romagnola Hera, la romana Acea) negli ultimi anni hanno lavorato come Iren su acquisizioni di aziende locali per consolidare le posizioni nelle rispettive aree di influenza. Management e azionisti di Iren targati Pd avevano messo in cantiere l’acquisizione di Amiu, scassata azienda rifiuti genovese in mano al Comune. Ottima operazione industriale: Amiu ha i rifiuti ma non sa dove smaltirli, Iren ha gli impianti ma non i rifiuti. Per tre volte la delibera è stata stoppata in Consiglio comunale. Pezzi di sinistra hanno giocato di sponda con centrodestra e M5S, schierati in difesa della «genovesità» dell’azienda e contro il sistema di potere del Pd. Il tema è stato decisivo anche in campagna elettorale. Il centrosinistra è stato accusato di voler svendere un patrimonio della città.

Marco Bucci, nuovo sindaco di centrodestra, è un manager. La sua prima partita è questa. Entro fine luglio deve decidere che cosa fare del dossier. Può archiviare definitivamente la fusione, ma in tal caso deve trovare 13 milioni per salvare l’Amiu (l’alternativa è un pesante aumento della tassa sui rifiuti). Può cercare altre alleanze, per esempio bussando alla lombardia A2A, pure essa dotata di impianti e non insensibile all’idea di contendere a Iren la supremazia nel Nord-Ovest. Oppure può riaprire il dialogo con Iren di cui è azionista primario, mettendo sul piatto anche la scelta dal management. Quello in carica ha ancora due anni di mandato, ma riflette un patto di controllo sotto l’egida del Pd che non esiste più. Se Bucci e Appendino vogliono ribaltarlo, dovranno agire di conserva. E stabilire un nuovo patto, inedito, per gestire un business miliardario e strategico. Con le nomine romane di Acea (tutt’altro che ostili ai soci privati: i francesi di Suez e il costruttore romano Caltagirone), Casaleggio ha dimostrato di essere molto interessato a entrambi. Il business e gli accordi strategici.

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giuseppe salvaggiulo


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